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Pizzolungo, 2 aprile 1985: La strage di un’intera famiglia e il mistero di un attentato mai risolto

Roberto Rubino by Roberto Rubino
Aprile 2, 2025
in Attualità, Cronaca
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“Non ti scordar di me”. Prosegue il programma delle iniziative ad Erice nel 40° anniversario della strage mafiosa di Pizzolungo
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Quarant’anni dopo, il 2 aprile è ancora una ferita aperta nel cuore della provincia di Trapani, un drammatico giorno che non potrà mai essere dimenticato. Una data che ha segnato la storia, ma anche la vita di chi ha visto distruggere la propria famiglia in un attimo. Pizzolungo, una piccola frazione di Erice che si affaccia sul mare, è il luogo dove si è consumato uno degli atti più cruenti e vigliacchi di Cosa Nostra: un tentativo di assassinio che ha coinvolto non solo il magistrato Carlo Palermo, ma anche una madre e due bambini innocenti.

Barbara Rizzo stava accompagnando i suoi due figli gemelli, Giuseppe e Salvatore, a scuola. La Volkswagen Scirocco che li trasportava sembrava solo un altro giorno qualunque, come quelli di tanti altri genitori, se non fosse che, a pochi chilometri da Trapani, l’auto di Barbara incrociò il destino di Carlo Palermo. Il magistrato, arrivato da pochi giorni sull’isola, stava affrontando inchieste delicate sul traffico di armi e droga, un lavoro che l’aveva messo nel mirino dei boss. In quel tragitto, però, il suo cammino si incrociò con una trappola mortale: un’autobomba nascosta lungo la strada.

Il boato fu devastante. L’esplosione distrusse la tranquillità di quella strada che costeggia il mare, trasformandola in un inferno di fumo e rottami. La macchina di Barbara, per una tragica casualità, si trovò tra l’autobomba e la blindata del giudice, facendo da scudo a quest’ultima. Il giudice sopravvisse, ma la donna e i due bambini vennero letteralmente fatti a pezzi. La scena che si presentò agli occhi di chi arrivò sul posto fu apocalittica: un cratere nel terreno, rottami di auto sparsi ovunque, il sangue che tingeva il muro di un palazzo in lontananza. Quello che era accaduto non era solo una strage, ma una guerra. Una guerra voluta da Cosa Nostra, che per eliminare il giudice non esitò a sacrificare la vita di una madre e dei suoi figli. Eppure, per un incomprensibile scherzo del destino, Margherita Asta, la figlia di Barbara, non fu con loro quella mattina. Era stata lei, con la sua insistenza, a chiedere di non accompagnare la madre quel giorno. La sua sopravvivenza è un miracolo che ha del paradossale: “Perché proprio io? Forse solo perché dovevo rimanere per raccontare questa storia”, ha dichiarato Margherita in una delle rare occasioni in cui ha parlato pubblicamente.

A distanza di decenni, la strage di Pizzolungo resta uno dei misteri più oscuri e cruenti nella storia di Cosa Nostra. Nonostante il coraggio di magistrati come Gabriele Paci, oggi procuratore capo di Trapani, che ha fatto luce su numerosi depistaggi legati alla mafia siciliana, la verità completa su quell’attentato ancora oggi sfugge. Le indagini non hanno mai risolto del tutto il mistero: chi ha organizzato davvero quell’attentato? Quali erano i mandanti? La mano di Cosa Nostra, in quella mattina di aprile, si fece invisibile e impunita, come in un omicidio perfetto che lascia dietro di sé solo morte e disperazione.

La strage di Pizzolungo è stata un atto di guerra, non solo contro lo Stato, ma contro l’umanità stessa. Una madre e due bambini innocenti sono stati sacrificati sull’altare della violenza mafiosa, perché la vita di un magistrato fosse salvata. Ma quella strage, quel sacrificio, è diventata anche un simbolo: un simbolo del dolore che la Sicilia ha conosciuto sulla propria pelle, ma anche della determinazione di chi, come Margherita Asta, ha scelto di vivere con il peso di quella memoria. Una memoria che, per quanto dolorosa, non deve essere dimenticata.

Roberto Rubino

Roberto Rubino

Roberto Rubino

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