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Mediterraneo. Senza una regola comune, il fermo pesca avvantaggia la Tunisia e danneggia le marinerie siciliane

Giuseppe Messina by Giuseppe Messina
Agosto 18, 2025
in Attualità
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Mediterraneo. Senza una regola comune, il fermo pesca avvantaggia la Tunisia e danneggia le marinerie siciliane
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Mentre le imbarcazioni comunitarie d’altura osservano il fermo pesca dal 7 agosto al 5 settembre per la tutela del gambero di profondità, la flotta tunisina cala le reti a strascico per pescare grandi quantità di gambero rosso, il cosiddetto oro di Mazara del Vallo.
Qualcosa non funziona! Se l’Unione Europea obbliga i pescatori siciliani a fermarsi e tirare in barca le reti per ancorare le imbarcazioni alturiere al porto di Mazara del Vallo, come può permettere ai pescherecci tunisini di far man bassa della risorsa pregiata.
Siamo arrivati al punto di non ritorno! Ci sarà pure una ragione se la pesca a Tunisi è al massimo dei livelli di occupazione con la presenza importante di giovani pescatori a bordo delle navi da pesca alturiere, nuovissime e di recente costruzione.
Quindi, per capirci, da un lato la Tunisia ha azzerato la disoccupazione nel settore della pesca e nell’altra sponda mediterranea le imprese di pesca alturiere siciliane si stanno riducendo al lumicino fino a scomparire entro il 2030. Addirittura, nel caso della storica marineria di Mazara del Vallo si osserva la totale assenza dell’istituzione locale che è incapace di assumere iniziative a tutti i livelli per alzare la voce e far prevalere il buon senso. Quella che è stata per decenni la prima flotta alturiera d’Europa oggi è scomparsa dai radar istituzionali. E si è perduto quel buon senso che dovrebbe portare tutti a fermarsi nello stesso momento. Anche la ricerca, che svolge un ruolo primario nella gestione delle risorse ittiche nel Mediterraneo, cosa sta facendo? Da un lato sforna dati che spingono i burocrati comunitari a imporre continui divieti di pesca alle marinerie comunitarie, e dall’altro non riesce a costruire una raccomandazione per la componente politica che possa sostenere il raggiungimento dell’obiettivo di vera e concreta tutela del gambero rosso di profondità, vanificando anche gli stessi obiettivi prefissi.
Eppure sulla carta gli organi di controllo comunitario sulle risorse pregiate presenti nel Canale di Sicilia esistono.
A cominciare dall’EFCA che è l’organo comunitario di controllo della pesca nel Mediterraneo. L’EFCA coordina le attività di controllo e ispezione degli Stati membri dell’UE per garantire il rispetto della Politica Comune della Pesca (PCP).
C’è poi l’AGRIFISH che è il Consiglio Agricoltura e Pesca, composto dai ministri dell’agricoltura e della pesca dei paesi UE che definisce gli orientamenti generali della PCP.
Ed ancora, la Commissione Europea che è responsabile dell’attuazione della PCP e del controllo del rispetto delle sue disposizioni da parte degli Stati membri.
Poi, ci sono gli Stati membri che sono responsabili dell’attuazione delle misure di controllo della pesca nei loro mari territoriali e zone economiche esclusive.
Ed infine, la Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo che riveste un ruolo fondamentale nel sostegno della governance della pesca, in quanto adotta raccomandazioni vincolanti per la gestione della pesca e lo sviluppo dell’acquacoltura nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Ne fanno parte l’UE, 19 Stati mediterranei e tre Stati del Mar Nero.
Con tutto questo popò di organismi non si capisce come mai nessuno si ponga l’obiettivo di istituire nelle acque internazionali una regola comune che obblighi tutte le marinerie operanti nel Mediterraneo, da Levante a Ponente, impegnate nella pesca delle specie pregiate, a partire dal gambero rosso, ad osservare un identico periodo di fermo per la ricostituzione degli stock ittici interessati.
Ancora una volta, siamo nel 2025, assistiamo allo scempio delle risorse pregiate ad opera delle istituzioni europee. La domanda da porsi è: oltre le 12 miglia, limite che stabilisce le acque territoriali a sovranità piena di ciascuno Stato, non sarebbe il caso di lasciare libere le imprese di pesca di poter operare fino a quando non si perverrà ad una regola comune tra tutte le flotte marinare dei paesi europei ed extra comunitari operanti nel Mar Mediterraneo? Non sarebbe il caso di sospendere divieti e limitazioni che stanno strozzando non soltanto le marinerie siciliane per attuare un accordo di buon senso: introdurre una regola comune di arresto dell’attività di pesca in un periodo dell’anno osservata da tutti i Paesi interessati dell’UE, del Maghreb e dell’Asia Minore? Non sarebbe inoltre auspicabile, in attesa dell’introduzione di una regola comune, che le imprese di pesca possano scegliere liberamente se fermarsi per beneficiare della misura di compensazione oppure pescare rinunciando agli aiuti finanziari? E poi, senza dati certi ed inequivocabili sullo stato di salute delle risorse, dato che lo sforzo di pesca viene alimentato dalle imbarcazioni tunisine, come si può azzardare un sistema di divieti e vincoli per alcuni mentre altri catturano la stessa risorsa che nel frattempo dovrebbe riprodursi. In assenza di un costante monitoraggio e controllo in loco della sostenibilità delle specie pregiate, i conti non tornano. A meno che non esista un preciso disegno, partorito in qualche ufficio di Bruxelles, di chiudere i battenti di quella che è storicamente l’attività della pesca che nasce con l’uomo, per perseguire chissà quali obiettivi economici o geopolitici.

Giuseppe Messina

Giuseppe Messina

Giuseppe Messina

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