Chiudi gli occhi per un attimo. Immagina di essere in una cantina dello Champagne, a Reims. Il silenzio e tutto solo dal fruscio delle bollicine che salgono nel calice. Porta il bicchiere alle labbra, inspiri… e in quell’istante capisci perché i francesi chiamano lo Champagne “la poesia dell’anima”.
Quello che hai appena provato ha un nome preciso: sensualità. Una parola che oggi usiamo spesso, ma che nasconde storie, significati e connessioni che non immagineremmo mai. E tra poco scoprirai perché questa parola e il vino sono legati da un filo che attraversa millenni di storia umana.
La sensualità nel vino non è solo marketing o romanticismo da sommelier. È scienza, è storia, è antropologia. Quando degustiamo un vino, mettiamo in azione tutti e cinque i sensi in una sinfonia che il nostro cervello orchestra in modo automatico. Partiamo dalla vista. Il colore di un vino racconta la sua età, la sua provenienza, persino il clima dell’annata. Un Barolo giovane ha riflessi violacei che parlano di tannini ancora vivaci, mentre un Bordeaux maturo mostra sfumature ambrate che sussurrano di tempo e potenza.
L’olfatto poi è il senso più primitivo, quello che ci connette direttamente al sistema limbico, sede delle emozioni e dei ricordi. Non è un caso che un profumo possa riportarci indietro di anni, a una cena, a un momento particolare. I francesi hanno una parola bellissima per questo: “madeleine”, ispirandosi a un celebre episodio del romanzo Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Nel libro, il protagonista assaggia una madeleine (un dolcetto francese) inzuppata nel tè e, all’improvviso, viene travolto da un ricordo d’infanzia dimenticato. Questo momento è diventato un simbolo della memoria involontaria, cioè dei ricordi che riaffiorano inaspettatamente grazie a uno stimolo sensoriale (in questo caso, gusto e olfatto).
Quando beviamo un vino viene anche sviluppato il tatto, che attraverso le papille gustative, ci fa percepire la struttura, la corposità, quella che i degustatori chiamano “texture”. Un grande vino ha una sensualità tattile che avvolge la bocca come seta liquida.
Ma oggi voglio parlarvi di come questa sensualità del vino si stia evolvendo, adattandosi ai nuovi turni e ai nuovi consumatori. Prendiamo gli spumanti. Una volta erano relegati ai brindisi, alle celebrazioni. Oggi sono diventati vini dal piacere quotidiano. E sapete perché? Perché incarnano perfettamente la sensualità moderna: immediata, gioiosa, condivisibile. Le bollicine non sono solo CO2, sono leggerezza fatta liquida.
I vini dealcoati e quelli a bassa gradazione alcolica sono considerati un ossimoro, una contraddizione in termini. Ma oggi, grazie a tecnologie sofisticate come l’osmosi inversa e l’evaporazione sotto vuoto, mantengono intatti aromi e profumi. Permettono di vivere la sensualità del vino anche a chi ha scelto di non consumare alcol, aprendo il mondo enologico a nuove sensibilità.
E poi ci sono le nuove occasioni di consumo. Il vino a pranzo sta tornando, ma in forme diverse. Un calice di Prosecco con il sushi, un rosé ghiacciato con un poké bowl. La sensualità del vino si adatta, contamina, si lascia contaminare. Pensate ai wine bar moderni: non più templi austeri per iniziati, ma spazi dove la scoperta della sensorialità diventa esperienza sociale. Dove un giovane di 25 anni può avvicinarsi a un Gewürztraminer dell’Alto Adige non perché “si deve”, ma perché incuriosito dal suo profumo di rosa e litchi.
Il vino naturale ha poi riportato una sensualità più grezza, più autentica. Vini che “respirano”, che cambiano nel bicchiere, che raccontano senza filtri il territorio e la mano del vignaiolo. È la sensualità dell’imperfezione, del sensato incompiuto.
Viro Vino è un progetto che nasce dall’unione di due grandi passioni: il vino e le parole. Ogni settimana, su queste pagine, esploriamo una parola da diversi punti di vista – linguistico, storico, culturale – e la colleghiamo al mondo del vino. Perché le parole non solo descrivono, ma creano mondi e racconti, trasformando il vino in un’esperienza culturale, sensoriale e personale. Dopo vent’anni nel mondo del vino e una vita dedicata alle parole, questo viaggio continua per scoprire nuove connessioni tra i due linguaggi. “Viro” significa cambiare rotta, aprirsi a nuove prospettive, scoprire storie inaspettate attraverso il vino e le parole.
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Salvatore Pecorella



















