L’altro giorno mi sono fermato su una strada che attraversa la campagna fra Salemi e Mazara del Vallo. La macchina si era spenta improvvisamente, niente di drammatico, e mentre aspettavo che ripartisse ho guardato fuori. Un uomo sulla sessantina lavorava la terra con le mani consumate, la faccia segnata dal sole. Ho pensato a quanto poco sappiamo del mondo che ci circonda, a come spesso ci muoviamo convinti di avere tutte le risposte quando invece non abbiamo nemmeno messo piede in un’università, non abbiamo mai raccontato della terra, delle stagioni, della vita che pulsa sotto i nostri piedi. Quel signore, che probabilmente non avrà mai letto un trattato di filosofia, sapeva cose che io posso solo invidiare.
Quando sono tornato a casa, ho pensato a quella scena e mi sono accorto di quanto velocemente dimentichiamo cosa significa davvero l’ignoranza. Troppo spesso la confondiamo con la stupidità, con l’incapacità, persino con un giudizio morale. Eppure la parola ignoranza viene dal latino ignorantia, che significa semplicemente “non conoscere”. Nient’altro. È una condizione neutra, lo stato naturale di chi non sa ancora qualcosa. Ma noi l’abbiamo trasformata in un’accusa, in una colpa. Usiamo “ignorante” come un insulto, quando invece dovrebbe essere la parola più onesta che abbiamo per descrivere la condizione umana.
L’ignoranza vera è umile. È quella del bambino che fa domande, dello studioso che ammette i propri limiti, del contadino che osserva il cielo e dice “non so se domani pioverà, ma sento che cambierà qualcosa”. Ricordo ancora quando lavoravo come marketing manager e qualcuno mi chiedeva di parlare di un vino che non conoscevo bene. Mi piaceva dire: “Non lo so“. Era la parte più interessante del mio lavoro, quella disponibilità a rimanere in discussione. Navigare tra le correnti, i pesci, le stelle, senza pretendere di avere già tutte le risposte. Quella è sapienza ancestrale, non arroganza. Il problema è che abbiamo creato una gerarchia fasulla: da una parte chi ha studiato sui libri e crede di sapere, dall’altra chi non ha studiato formalmente e viene considerato ignorante. Ma la vera ignoranza non si misura in titoli accademici, si annida negli occhi, nella pelle, nel modo in cui viviamo.
C’è una differenza abissale tra dire “non lo so” e dire “non mi interessa saperlo”. Il primo è umiltà, il secondo è pigrizia intellettuale. Sui social media assistiamo ogni giorno a questa ignoranza travestita da sapienza: esperti improvvisati pronti a dare giudizi definitivi su qualsiasi argomento, senza verificare, senza avere realmente domande. La società ci punisce per l’ignoranza, quando invece dovrebbe incoraggiarla, purché sia onesta, purché rimanga aperta.
Si dice che “l’ignoranza sia la madre della curiosità, della scoperta, della meraviglia”. E proprio in momenti di grande incertezza collettiva, come durante la pandemia, abbiamo imparato quanto sia importante, per chiunque, saper rivedere le proprie posizioni, tornare sui propri passi, ammettere di non avere tutte le risposte. Ma per farlo bisogna essere disposti a rimanere in discussione, ad accettare che la conoscenza umana è un percorso in divenire, fatta più di domande aperte che di certezze granitiche.
Viro Vino nasce proprio da qui: dall’unione di due passioni, il vino e le parole, e dalla volontà di esplorare come entrambi ci aiutino a capire meglio noi stessi. Ogni puntata del podcast – e ora anche questa rubrica su LoScribo.it – parte da una parola che ha agito nella mia vita, la esplora da diversi punti di vista e poi la collega al mondo del vino. Non perché il vino sia il protagonista assoluto, ma perché è un linguaggio che ci permette di entrare in contatto con esperienze, emozioni e storie che altrimenti resterebbero mute.
L’ignoranza ha anche un valore positivo: chi sa tutto smette di stupirsi, smette di imparare, smette di crescere. Chi ammette di non sapere, invece, mantiene viva quella capacità di meravigliarsi che ci rende veramente umani. E il vino, in questo, può insegnarci molto. Chi lavora con il vino sa che ogni annata è diversa, ogni vendemmia porta con sé sorprese, errori, scoperte. Puoi studiare l’enologia per vent’anni e poi trovarti davanti a una bottiglia che ti racconta qualcosa di nuovo, che ti mette in discussione. Il vignaiolo che ammette “quest’anno non ho capito la vite” non è ignorante: è saggio. Sa che la natura non si lascia dominare completamente, che c’è sempre un margine di mistero, di imprevedibilità.
Quando assaggi un vino senza pregiudizi, quando ti permetti di non sapere cosa aspettarti, è lì che avviene la scoperta. È come tornare bambini davanti a un bicchiere: annusare, sentire, lasciarsi attraversare da sensazioni che non sai ancora nominare. Questa è l’ignoranza fertile, quella che genera conoscenza. Il contrario dell’ignoranza non è la conoscenza, ma la chiusura. Chi crede di sapere tutto smette di cercare, smette di fare domande, smette di vivere davvero. L’ignoranza consapevole, invece, è il punto di partenza per qualsiasi viaggio: dentro una bottiglia, dentro una parola, dentro noi stessi.
Forse dovremmo tornare a pronunciare questa parola senza vergogna, a dire “non lo so” senza sentirci inadeguati. Dovremmo tornare a guardare quel contadino siciliano che lavora la terra e riconoscere che c’è una sapienza profonda anche lì, nelle mani consumate dal sole, in quello che non ha bisogno di essere detto ma viene trasmesso con i gesti, con il tempo, con la pazienza.
L’ignoranza è il coraggio di ammettere che il mondo è più grande di noi. E forse, proprio per questo, è anche la forma più alta di saggezza.
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