Quando si tratta di decidere del futuro della pesca professionale italiana, sinistra e destra al potere non fanno differenza. Con l’entrata in vigore, il primo gennaio, della Legge di Bilancio 2026, il governo Meloni ha perso l’ennesima occasione, da quando è in carica, per introdurre misure strutturali necessarie ad una riforma organica del settore della pesca. La manovra di bilancio per il 2026 è concentrata solamente sulla cosiddetta ‘emergenza granchio blu’ e sulla salvaguardia delle condizioni minime di operatività per le imprese del comparto, con il mantenimento della misura di agevolazione sull’acquisto del gasolio per contenere i costi operativi delle imprese ittiche, in un contesto ancora segnato da forte volatilità dei prezzi energetici.
Resta aperta la questione della riforma del settore per allinearlo ad un contesto geopolitico e normativo totalmente mutato rispetto ad oltre trentacinque anni fa.
I pescatori italiani vivono ovviamente male una condizione di svantaggio competitivo non dettata dalle regole di mercato, ma imposta da folli scelte politiche e burocratiche comunitarie.
E’ indubbio che da quando, nel 2009, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il settore della pesca è diventato un’area di competenza esclusiva dell’Unione europea, i pescatori italiani, e in generale quelli comunitari operanti nel Bacino del Mediterraneo, si sono visti letteralmente scippare il mestiere con l’introduzione di divieti, vincoli e soprusi (come, ad esempio, la patente a punti) a vantaggio dei colossi dell’importazione di prodotti ittici. Un cambio di rotta della politica comune della pesca che ha scientemente avvantaggiato le flotte pescherecce dei paesi frontalieri e non comunitari, liberi di pescare in lungo e largo nel Mediterraneo tutto l’anno senza limiti di taglie, misure di maglia della rete o vincoli di zone di ripopolamento ittico, ostacolando la produttività delle imprese di pesca comunitarie.
Da quando l’Unione Europea ha definito per ciascuno Stato membro, attraverso la politica comune della pesca, le quote di pescato per ciascuna specie, introducendo regole soffocanti per le imprese di pesca, il settore è entrato in crisi, allontanando definitivamente i giovani dal mestiere. Un’attività economica che non garantisce più un reddito certo e migliori condizioni di lavoro a bordo, in linea con le nuove tecnologie disponibili per la navigazione e lavorazione del prodotto catturato.
Il tema di una strategia di lungo periodo per la pesca italiana, capace di affrontare in modo organico competitività, sostenibilità economica e ricambio generazionale, al netto delle ingerenze infelici della burocrazia comunitaria, resta una chimera. E pensare che, quando le politiche sulla pesca furono disegnate dal Legislatore comunitario, l’intenzione era quella di creare un’area di libero scambio per il pesce e i prodotti derivati con regole comuni, cosicché un pescatore di un qualsiasi stato membro potesse avere accesso a tutte le acque comuni.
Era stata individuata, inoltre, una politica per sostenere la modernizzazione del naviglio e delle infrastrutture costiere. E’ rimasta un’affermazione di principio e l’immobilismo comunitario, oltre che dei governi nazionali, ha finito col penalizzare le imprese di pesca ed i pescatori costretti ad operare in un contesto di rigore e divieti, lasciando via libera ai pescatori extra UE di spadroneggiare in lungo e largo, pescando senza limiti e vanificando gli sforzi comunitari di tenere sotto controllo le catture di alcune specie economicamente rilevanti per i mercati europei.
Così la politica italiana resta volutamente assente. Non è un’affermazione polemica o di parte, per carità! Quando gli interessi economici toccano il settore della pesca, le tasche si cuciono e i partiti politici si defilano, evitando di assumere decisioni che possano disturbare i potenti burocrati ed i lobbisti europei. E così, ancora una volta, le imprese di pesca e i pescatori italiani vengono mortificati da politici che decidono di non scegliere, in linea con la volontà dei precedenti esecutivi tecnici o di sinistra, inquilini di Palazzo Chigi. Non hanno fatto meglio i parlamentari di Camera e Senato, disinvoltamente disinteressati quando si è trattato di discutere del futuro della pesca professionale. Cosicché, il mondo della pesca è fortemente a rischio di chiusura definitiva delle attività di cattura in assenza di interventi mirati che determinino una riorganizzazione strutturale del settore.
Tutti i governi italiani si sono mostrati proni al potere comunitario, preferendo sacrificare il futuro della pesca italiana. Si tratta di una condizione di subalternità non solo verso l’UE, ma anche nei confronti dei paesi extra comunitari che si affacciano sul Mediterraneo, che, da tempo, hanno tracciato i propri confini, passando dalle 12 miglia alle 200, con l’introduzione della zona economica esclusiva. Lasciando così l’Italia ultima nel dotarsi, solamente qualche mese addietro, dello strumento di diritto internazionale introdotto con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982. Una posizione certamente di sudditanza che non fa bene agli interessi nazionali, non solo nella pesca.



















