Le emozioni sono lì, ci travolgono, ci sussurrano, ci urlano, eppure la parola stessa sembra quasi un involucro neutro per qualcosa di così potente. È una di quelle parole che usiamo continuamente senza fermarci a pensarci davvero. Ma da dove arriva? E cosa ci dice di noi?
Diciamo “sono felice”, “sono triste”, “sono arrabbiato”, ma quante sfumature si nascondono dietro ogni singola etichetta? Pensate a un colore. Diciamo “rosso”, ma il rosso può essere quello di un tramonto infuocato, di un vestito elegante, del sangue. Ognuno ha la sua intensità, la sua storia. Anche le emozioni sono così. Dovremmo imparare a percepirle con più precisione, a non accontentarci delle definizioni generali.
“Emozione” viene dal latino “emòtio”, che deriva da “emovere”. Ex-movere. Muovere fuori. Già questo ci dice tutto: l’emozione non è qualcosa che sta ferma dentro di noi come un mobile in salotto. È movimento, è energia che si sposta, che esce, che ci attraversa come un treno che passa nella notte. I romani sapevano quello che noi abbiamo dimenticato. Per loro l’emozione non era un disturbo da controllare, ma una forza da riconoscere. Come il vento: puoi aprire le vele o chiudere le finestre, ma non puoi fingere che non ci sia.
Crescendo in Sicilia ho imparato presto che esistono due tipi di emozioni: quelle che si mostrano e quelle che si tengono. Le prime sono teatrali, esplosive, si vedono da Mazara a Pachino. Le seconde sono quelle vere, quelle che tieni nascoste come i soldi sotto il materasso.
Oggi abbiamo trasformato le emozioni in emoji. Faccine che dovrebbero rappresentare quello che proviamo. Ma un cuoricino rosso può mai contenere la complessità di quello che senti quando riabbracci tua madre dopo mesi di lontananza? Può una faccina che piange raccontare il nodo in gola quando senti una canzone che ti riporta indietro di vent’anni?
Il linguaggio dell’autenticità
È proprio da queste riflessioni che nasce “Viro Vino”, il mio canale su YouTube in cui unisco due grandi passioni: il vino e le parole. In ogni appuntamento esploro una parola dal punto di vista linguistico, storico, culturale, e poi la collego al mondo del vino. Le parole non solo descrivono, ma creano mondi e racconti, trasformando il vino in un’esperienza culturale, sensoriale e personale. Dopo vent’anni nel mondo del vino e una vita dedicata alle parole, questo percorso è nato per esplorare nuove connessioni tra i due linguaggi. “Viro” significa cambiare rotta, aprirsi a nuove prospettive, scoprire storie.
Quando ho iniziato a lavorare nel mondo del vino mi capitava di sentire storie di vecchi vignaioli che non avevano mai sentito parlare di marketing emozionale. Eppure, quando raccontavano i loro vini, la gente piangeva. Letteralmente. Perché quelle parole non vendevano bottiglie, raccontavano vite. Le emozioni si muovevano e raggiungevano quelle degli altri, senza filtri, senza strategie. Ecco, quando penso che si debbano vendere le emozioni e non le bottiglie, parlo proprio di questo aspetto. C’è bisogno di gente empatica, sensibile che sappia trasferire i valori prima che il valore di un prodotto. Le emozioni ci rendono vulnerabili, certo. Ma proprio in quella vulnerabilità risiede la nostra forza, la nostra capacità di connessione con gli altri. È quando ci permettiamo di sentire, di essere smossi, che riusciamo a comprendere chi abbiamo di fronte, a empatizzare, a creare legami veri. Non siamo robot programmati per reagire in un certo modo. Siamo esseri umani, complessi, pieni di vita, e le emozioni sono il motore di tutto questo.
Eduardo De Filippo diceva che “l’arte di vivere sta nel saper nascondere i propri sentimenti”. Ma forse aveva torto. O forse aveva ragione per la sua epoca. Noi abbiamo imparato così bene a nascondere che spesso non sappiamo più dove abbiamo messo quello che proviamo davvero.
Ricordo una serata di dieci anni fa. Ero a una degustazione a Milano, circondato da persone che parlavano di “profilo olfattivo” e “persistenza gustativa”. A un certo punto, un signore anziano assaggia un Nero d’Avola e si ferma. Gli occhi umidi. “Sa di casa“, dice. E io capisco che aveva appena vissuto un’emozione autentica in mezzo a un oceano di tecnicismi. Ho viaggiato per lavoro in mezzo mondo. Ho assaggiato vini con produttori francesi, argentini, australiani. Non parlavamo la stessa lingua, ma quando qualcuno si emozionava per il proprio vino, lo capivamo tutti. L’emozione ha una grammatica che non ha bisogno di traduzione. E a proposito di questo ultimo aspetto voglio raccontare la storia di un produttore di Borgogna, Michel, mi ha fatto assaggiare un Pinot Noir del 1985. Sua madre era morta quell’anno, e ogni bottiglia di quella annata era per lui un modo di tenerla vicina. Non servivano parole. Il suo “emovere” aveva raggiunto il mio cuore prima ancora che il vino toccasse le mie labbra.
La memoria liquida
Le emozioni non invecchiano come noi. Quella che hai provato a quindici anni quando hai sentito per la prima volta una canzone è identica a quella che provi oggi, trent’anni dopo, quando la riascolti. Il tempo passa, ma l’emozione resta intatta, come conservata sotto vuoto.
Questo mi ha sempre colpito del vino. Una bottiglia del 1990 non mi riporta al 1990, mi riporta al momento preciso in cui l’ho bevuta per la prima volta. L’emozione non viaggia nel tempo, viaggia nella memoria. La bottiglia di marsala del 1974 che aprirò quando raggiungeremo i diecimila iscritti sul canale mi riporta a quel frammento di tempo di cinquadue anni fa quando, appena nato, provavo le mie prime emozioni. Emozioni che non posso ricordare ma bevendo quel vino posso provare un sorso di emozione liquida ancestrale.
Il Perricone, un vitigno che sussurra
Il Perricone l’ho scoperto per caso, come tutte le cose importanti della vita. Era il 2003, ero in una piccola cantina di Menfi. Il produttore mi fa assaggiare questo vino rosso che non conoscevo. “Perricone”, dice. “Gli altri lo chiamano Pignatello”. Il nome richiama la forma del grappolo, compatto come una pigna, ma a Trapani lo chiamano Pignatello perché cresce nelle terre rosse usate per modellare le pignatte di terracotta.
Il Perricone sa di Sicilia senza ostentarla. Sa di terra rossa, di ulivi secolari, di quel silenzio particolare delle campagne siciliane nel pomeriggio, quando il sole è troppo forte per lavorare e troppo bello per stare in casa. C’è un Perricone che bevo ogni anno il giorno del mio compleanno. Lo compro sempre dalla stessa cantina, sempre la stessa annata quando possibile. Non perché sia il migliore, ma perché ogni sorso mi riporta alla persona che ero quando l’ho bevuto per la prima volta. È il mio modo di fare pace con il tempo che passa.
In un mondo dove tutto deve essere spettacolare, il Perricone è rivoluzionario nella sua normalità. Non pretende di essere quello che non è. Non ha bisogno di barrique francesi per sentirsi importante, non ha bisogno di etichette patinate per raccontare la sua storia. È quello che è, semplicemente. Come quelle persone che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Il loro “emovere” è sussurrato, ma arriva dritto al cuore.
L’emozione e il Perricone hanno molto in comune. Entrambi vengono dal profondo, entrambi hanno bisogno di tempo per essere compresi, entrambi ti cambiano anche quando credi di essere rimasto uguale. Le emozioni sono come i fichi d’India. Piene di spine all’esterno, dolcissime dentro. Ma una volta che impari a coglierle senza farti male, non puoi più farne a meno. Il prossimo Perricone che berrete, prendetevi un momento per lasciare che vi attraversi. Lasciate che il vostro “emovere” incontri il suo. E se vi viene da piangere anche se siete felici, ricordatevi che è normale. Le emozioni più vere sono sempre un po’ contraddittorie.
Salvatore Pecorella















