Lucio (Francesco all’anagrafe) Zinna, poeta, narratore e critico letterario (scomparso nel 2024), emerge in questa intervista impossibile come un’eco sospesa tra il mare di Mazara del Vallo e le biblioteche di Palermo. Accanto alla sua voce pubblica affiora quella privata: il ragazzo che ogni mattina percorreva via Capitolo verso il Liceo Gian Giacomo Adria, attraversando una città destinata a restare matrice e ferita.
D: Che cosa resta, oggi, di quel ragazzo nato a Mazara del Vallo nel 1938?
R: Resta il vento salmastro. E una ferita che non si chiude del tutto. L’infanzia è una geografia: il mare davanti, un’assenza dietro. Mio padre era emigrato, prima in Francia, poi altrove, aveva un’altra vita. Ho imparato presto che la parola “abbandono” può diventare materia poetica. Non per vendetta, ma per necessità.
E resta anche quel tragitto quotidiano verso il liceo, tra compagni e silenzi: la città come primo testo da decifrare.
D: Non concluse gli studi a Mazara. Quanto hanno inciso le vicende familiari?
R: Molto. Le fratture intime si riflettono sempre nei percorsi visibili. Ho dovuto interrompere, riprendere, adattarmi. Ma non ho mai smesso di studiare davvero. Ho conseguito il diploma magistrale e poi mi sono trasferito a Palermo con mia madre, che faceva la sarta. A lei devo la disciplina, il sacrificio, il senso della misura. Senza quella precarietà forse non avrei cercato così ostinatamente una forma.
D: Lo incontrò suo padre solo alla vigilia della laurea. È stato un risarcimento?
R: No. È stato un riconoscimento tardivo. La poesia non risarcisce: trasfigura. Mi sono laureato in Filosofia e Pedagogia all’Università di Palermo, con una tesi su Jacques Maritain. Cercavo un ordine tra fede, ragione e inquietudine. Forse cercavo un padre anche nei libri.
D: Lei ha attraversato momenti cruciali della cultura italiana. Che ricordo conserva del Gruppo 63, che puntava a sperimentare nuovi linguaggi?
R: Era una scossa elettrica. Volevamo rompere gli argini del linguaggio, sabotare le abitudini. Io dialogavo con loro e intanto fondavo il “Gruppo Beta”. Figli dell’isola ma con l’orecchio teso all’Europa. La sperimentazione non era moda: era urgenza.
D: Ha diretto riviste e lavorato molto sul piano culturale. Da dove nasce questa esigenza?
R: Dalla convinzione che la letteratura sia comunità. Ho diretto “Sintesi”, “Arenaria” e ho vissuto le redazioni come cantieri. La critica non è un tribunale: è un ponte. Anche nei miei saggi, come Il ponte dell’ammiraglio e altre narrazioni, ho riflettuto su questa immagine: congiungere, attraversare, ma anche sapere quando “tagliare i ponti”.
D: Nei suoi versi ricorre l’idea dell’addio. Penso ad Abbandonare Troia.
R: Abbandonare Troia è un gesto necessario. Non si può restare per sempre dentro le proprie rovine. Troia è la città interiore che brucia: bisogna lasciarla per salvarsi.
D: E Bonsai? Un titolo che suggerisce disciplina.
R: Il bonsai è un albero educato alla misura. Ho tentato di educare il dolore alla forma. La poesia è potatura: togliere per far respirare.
D: Lei ha lavorato anche su autori fondamentali. Che rapporto ha con la tradizione?
R: La tradizione è un dialogo ininterrotto. Ho curato Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, e ho scritto su Franz Kafka e Leonardo Sciascia. Nievo mi affascinava per il suo destino incompiuto, Kafka per il processo senza assoluzione, Sciascia per la lucidità morale. Non sono mai stato “contro” la tradizione: semmai dentro una sua piega meno frequentata.
D: Ha partecipato a esperienze collettive e internazionali. Quanto conta il dialogo?
R: Moltissimo. Ricordo, ad esempio, gli “Incontri fra i Popoli del Mediterraneo” a Mazara del Vallo, un tentativo sincero di ricucire il dialogo tra popoli, lingue e poetiche diverse. E penso anche a esperienze più recenti, come Noi Rebeldìa 2010, progetto di scrittura collettiva che si proponeva come avanguardia di autori “ribelli” attivi in rete. In fondo, la poesia è meno solitaria di quanto si creda.
D: Nei suoi saggi parla di “insularità”. È un limite o una forza?
R: Entrambe le cose. L’isola ti costringe a misurarti con il confine. Ma il confine è un laboratorio. La Sicilia non è periferia: è un centro decentrato. Chi scrive da un’isola conosce il valore dell’orizzonte.
D: Alcune fonti sostengono che sia lei l’autore del termine “isolitudine”, poi ripreso da Bufalino. È corretto? E quale significato voleva trasmettere con questa parola?
R: Sì, ho coniato “isolitudine” per descrivere la solitudine fertile dell’isola: un silenzio vivo che nutre il pensiero e permette di ascoltare la propria voce interiore. Non è isolamento, ma intimità con se stessi e con il mondo circostante.
D: Lei è tornato a Mazara nel tempo. Che effetto le fa oggi?
R: Ogni ritorno è straniante. È una città che amo, ma che mi restituisce sempre una sottile inquietudine. I luoghi restano, ma cambiano le distanze interiori. Una volta scrissi, dopo un soggiorno lì, di uno “strano senso di estraneità e disagio”. È il prezzo della memoria.
D: Le sue liriche sono state tradotte in molte lingue. Che effetto fa?
R: È come se il mare cambiasse colore ma restasse mare. La poesia, se autentica, sopporta il viaggio. Anzi, lo chiede.
D: Se dovesse definire la sua opera con un solo verso?
R: Direi: “Ho abitato l’assenza finché è diventata parola.”
Da questo dialogo ideale affiora il profilo di un autore che sa trasformare l’assenza in parola e l’isola in apertura. Lucio Zinna mostra come la poesia, pur senza sanare le ferite, possa dar loro forma, rendendo il dolore esperienza condivisa e memoria critica del proprio tempo.
Giacomo Cuttone















