Un pomeriggio sospeso nel tempo. Tra scaffali colmi di carte ingiallite e l’odore acre dell’inchiostro tipografico, incontro Filippo Napoli. È il 1932, o forse il 1950. O forse oggi. Lui solleva lo sguardo e sorride con la cortesia severa di chi ha fatto della memoria una missione civile.
D: Dottor Napoli, lei è medico, ma è ricordato soprattutto come storico di Mazara. Come convivono queste due anime?
R: Non le ho mai considerate separate. Il medico osserva i corpi, lo storico osserva le comunità. Entrambi cercano le cause dei mali e, se possibile, i rimedi. Quando studiavo il tracoma o la malaria, indagavo la sofferenza concreta della mia gente; quando scrivevo la storia di Mazara, cercavo le radici profonde di quella stessa sofferenza e della sua dignità.
D: Nel 1932 pubblica la prima grande sintesi sulla città, la sua Storia della città di Mazara. Perché sentì questa urgenza?
R: Mazara non aveva ancora una voce organica, un racconto unitario. Le memorie erano sparse, come frammenti di un mosaico antico. Ho soltanto tentato di ricomporlo. Non per nostalgia, ma per coscienza: una città che ignora il proprio passato è fragile come un uomo senza memoria.
D: Lei fu un giovane impegnato politicamente, aderì ai Fasci e collaborò al giornale socialista locale Il Sole. Cosa rappresentò quell’esperienza?
R: Fu entusiasmo, fu speranza. Eravamo giovani e credevamo nella giustizia sociale. Scrivere per Il Sole significava dare voce ai bisogni popolari. Non rinnego quell’impegno: mi insegnò che la cultura non può essere neutrale. Deve essere partecipe.
D: Molti suoi saggi affrontano temi sanitari: L’igiene nelle scuole elementari di Mazara (1903), Sulla diffusione del tracoma in Mazara (1905), La malaria nel territorio di Mazara (1907). Che città era quella che lei osservava?
R: Era una città bella e ferita. Le malattie prosperano dove prospera l’abbandono. Io vedevo bambini con gli occhi arrossati dal tracoma, contadini stremati dalla malaria. Scrivere di igiene significava denunciare condizioni di vita ingiuste. Era, ancora una volta, un atto civile.
D: E poi, negli anni Venti e Trenta, la svolta più marcatamente storica: Spigolature storiche di Mazara antica (1923), Folklore di Mazara (1934), Guida storico artistica di Mazara (1938), fino al Regesto del Libro rosso di Mazara (1950). Cosa cercava in quelle carte?
R: Cercavo le tracce dell’anima collettiva. Nei diplomi del monastero di San Michele, nelle cronache medievali, nei canti popolari, vive la continuità di un popolo. Il folklore non è un divertimento folkloristico, è memoria viva. Il Libro rosso non è solo un registro: è la prova che Mazara ha dialogato con il Mediterraneo, con poteri, culture e lingue diverse.»
D: Lei è stato definito “versatile interprete dell’identità urbana”. Si riconosce in questa definizione?
R: Mi riconosco soltanto nell’amore per la mia città. Mazara non è un’astrazione: è il porto, è il vento africano, è la stratificazione di popoli. Ho cercato di raccontarne le diverse anime senza ridurle a un’unica voce.
D: Se potesse parlare ai mazaresi di oggi, cosa direbbe?
R: Di non considerare la storia un ornamento. È fondamento. Ogni epoca ha le sue febbri: ieri erano la malaria e l’ingiustizia sociale, oggi saranno altre. Ma la cura resta la stessa: conoscenza, partecipazione, responsabilità.
D: E a lei, dottor Napoli, cosa ha lasciato Mazara?
R: Mi ha dato tutto: materia di studio, ragione di impegno, misura della mia umanità. Io ho soltanto restituito ciò che ho ricevuto.
La stanza torna silenziosa. Le carte si richiudono, l’inchiostro si asciuga. Filippo Napoli rimane tra le pagine della sua città, custode discreto di una memoria che continua a parlare.
Giacomo Cuttone















