Un dialogo ideale con il professore, preside e critico letterario nato a Partinico il 9 luglio 1920 e scomparso a Mazara del Vallo il 5 agosto 1981. Una figura che ha intrecciato insegnamento, impegno civile e ricerca critica, lasciando un segno profondo nella cultura siciliana del secondo Novecento.
D: Partiamo dall’inizio: che ricordo ha della sua formazione?
R: Sono nato a Partinico, ma la mia vera patria spirituale è stata l’Università. Mi laureai in Filosofia nel 1943 all’Università degli Studi di Palermo, sotto la guida di maestri come Vito Fazio Allmayer e Giuseppe Ferretti. Da loro ho appreso il metodo, il senso critico, la disciplina dello studio. Erano anni difficili, ma culturalmente intensi.
D: Dal 1944 ha vissuto a Trapani. Che ruolo ha avuto la scuola nella sua vita?
R: Un ruolo centrale. Ho insegnato Lettere italiane, Filosofia e Storia negli Istituti Superiori. La scuola non è soltanto trasmissione di nozioni: è formazione civile. Nel 1975 divenni preside dell’Istituto Magistrale “Pascasino” di Marsala e poi dell’Istituto Tecnico Commerciale di Mazara del Vallo. Ho sempre pensato che dirigere una scuola significasse guidare una comunità.
D: Lei fu anche Accademico Selinuntino. Cosa ha rappresentato quell’esperienza?
R: L’Accademia Selinuntina di Mazara del Vallo fu un luogo di confronto e promozione culturale. Nel 1961, con il suo patrocinio, curai la ristampa della satira ottocentesca Lu testamentu di lu sceccu di Rosario Armato. Recuperare la tradizione significa dare voce alla memoria collettiva.
D: Parallelamente all’insegnamento, ha svolto attività politica. Perché questa scelta?
R: Per senso di responsabilità. Come indipendente di sinistra fui eletto due volte al Consiglio Provinciale di Trapani, nel 1970 e nel 1980. Credevo – e credo – che l’intellettuale non debba chiudersi nella torre d’avorio, ma partecipare alla vita pubblica.
D: È ricordato come uno dei più attenti studiosi dell’opera di Leonardo Sciascia. Com’è nato questo legame?
R: Con Leonardo Sciascia ci legava un’amicizia fondata sulla stima reciproca. Ho dedicato diversi saggi alla sua opera, raccolti anche nel volume Due scrittori siciliani del 1974, pubblicato da Sciascia Editore. Sciascia mi definì un “critico sagace”: un complimento che ho sempre considerato un impegno morale.
D: Oltre a Sciascia, si è occupato di Vitaliano Brancati.
R: Sì, di Vitaliano Brancati mi interessava soprattutto il rapporto con la Sicilia, con le sue contraddizioni. Ho studiato la ‘nciuria, l’ironia, la dimensione morale della sua narrativa. Per me la critica è sempre stata un dialogo con l’autore, mai un tribunale.
D: Ha scritto anche opere narrative e poetiche. Che posto occupano nella sua produzione?
R: Da giovane pubblicai liriche e racconti su riviste. Nel 1946 uscì Quattro poeti di Sicilia e nel 1947 L’Attore. La narrativa fu un’esperienza intensa, ma col tempo mi riconobbi maggiormente nel saggio e nella critica.
D: Molti suoi scritti sono apparsi su giornali e riviste.
R: È vero. Ho collaborato con numerose testate, soprattutto con la rassegna provinciale Trapani, di cui fui redattore capo tra il 1969 e il 1970. Ho diretto anche il quindicinale Cronache di Sicilia e contribuito alla fondazione di Asta rotte nel 1947. La stampa locale è stata per me un laboratorio di idee.
D: Se dovesse definire la sua missione intellettuale in una frase?
R: Educare al pensiero critico. Che fosse in aula, in un saggio o in un consiglio provinciale, ho cercato di unire cultura e responsabilità civile.
D: Lei è nato a Partinico ed è morto a Mazara…
R: Sì, la mia vita si è svolta interamente dentro i confini della Sicilia, tra Partinico, Trapani, Marsala e Mazara del Vallo. Non ho mai sentito il bisogno di allontanarmi davvero da questa terra: la Sicilia è stata il mio orizzonte umano e intellettuale. Qui ho studiato, insegnato, scritto, discusso, fatto politica. Se sono partito da Partinico e ho concluso il mio cammino a Mazara, è perché ho scelto di restare fedele a un’idea: che si possa fare cultura “in provincia” con la stessa dignità e profondità dei grandi centri. La mia geografia personale coincide con la mia identità morale.
D: Come vorrebbe essere ricordato?
R: Come un professore che ha amato la Sicilia senza indulgenze, e che ha creduto nella forza della parola scritta.
La figura di Filippo Cilluffo emerge come quella di un intellettuale radicato nella sua terra ma aperto al dialogo, capace di coniugare rigore filosofico, passione educativa e responsabilità civile. La sua eredità non è soltanto nei libri o nei ruoli ricoperti, ma nell’esempio di un pensiero critico vissuto come servizio alla comunità.
Giacomo Cuttone















