In un’epoca che sembra aver smarrito il senso della coerenza e il valore profondo delle istituzioni, riaffiora – in questa intervista impossibile – la voce di Gianni Di Stefano. Dirigente scolastico, poeta, studioso del Cinquecento e instancabile animatore della vita culturale siciliana, nel 1958 rifondò l’Accademia Selinuntina, restituendole vigore e prestigio. Da questo dialogo ideale emerge il profilo di un uomo “d’altri tempi”, la cui voce, tuttavia, parla con sorprendente attualità al nostro presente.
D: Professore, si riconosce nella definizione di “uomo d’altri tempi”?
R: Se con questa espressione si intende fedeltà alla parola data, allora sì. Ho sempre ritenuto che la dirittura morale non fosse un ornamento, ma l’architrave dell’esistenza. Amicizia, dovere, rispetto delle regole: senza questi fondamenti, ogni attività – culturale o professionale – si riduce a sterile vanità.
D: Era considerato una persona integerrima. Qualcuno le rimproverava un eccesso di rigore…
R: Preferisco una norma severa a un favore arbitrario. La disciplina non è durezza: è garanzia di giustizia.
D: Nel 1958 fece rinascere l’Accademia Selinuntina sotto il motto “Virescit”. Che significato attribuiva a quella parola?
R: “Rinverdisce”. La cultura non è un deposito di memorie polverose, ma un giardino che va curato. L’Accademia doveva essere insieme rifugio dello spirito e officina di idee. Per questo istituimmo il Premio Selinon: per creare incontro, confronto, crescita.
D: Tra i premiati figuravano nomi illustri della cultura europea. Aveva una naturale inclinazione a circondarsi di grandi personalità.
R: Non mi circondavo di giganti; li invitavo a dialogare con la nostra terra. La Sicilia non è periferia, ma cuore del Mediterraneo, crocevia di civiltà. Volevo che studiosi italiani e stranieri la riconoscessero come centro vitale di elaborazione culturale.
D: Dopo un lungo periodo di inattività, l’Accademia Selinuntina ha ripreso il suo cammino nel 2009 grazie all’impegno di Don Pietro Pisciotta e dell’architetto Mario Tumbiolo. Qual è il suo pensiero su questa rinascita?
R: Ogni istituzione autentica può attraversare il silenzio, ma non muore se ha radici profonde. Sapere che nel 2009 l’Accademia è rifiorita grazie alla dedizione di Don Pietro Pisciotta e dell’architetto Mario Tumbiolo mi conferma che il seme gettato nel 1958 non era effimero.
D: Accanto all’Accademia fondò l’Istituto di Storia del Vallo di Mazara e promosse un corso di lingua araba.
R: Una storia priva di radici locali diventa astratta; una cultura senza apertura si inaridisce. Il dialogo con il mondo arabo era consapevolezza della nostra identità mediterranea.
D: Fu poeta e storico del Cinquecento. Come convivevano in lei lirica e ricerca?
R: La poesia è intuizione; la storia è pazienza. Eppure entrambe inseguono la verità. Nel Novecento ho cercato di dare voce alla coscienza del mio tempo; nel Cinquecento ho interrogato le nostre origini. Due percorsi, un solo orizzonte.
D: Per ventotto anni è stato dirigente scolastico. Che cos’era per lei la scuola?
R: Una fucina e un seminario. Non soltanto luogo d’istruzione, ma spazio di formazione morale. Ho consacrato la mia vita a quell’ideale: la scuola come presidio di valori, come isola operosa per chi crede nella cultura.
D: Tra le numerose onorificenze ricevute – civili e religiose – quale le è più cara?
R: Le onorificenze sono simboli. Se ne custodisco una, è invisibile: la stima dei miei studenti e dei miei concittadini. Tutto il resto è cornice.
D: Si sentiva più uomo di Chiesa o uomo di Patria?
R: Non ho mai avvertito contraddizione tra fede e impegno civile, quando entrambi sono orientati al bene comune.
D: Quale messaggio lascerebbe ai giovani di oggi?
R.: Non temete la rettitudine, anche quando appare scomoda. La cultura è responsabilità; il merito esige coscienza.
Da questo colloquio ideale affiora un ritratto nitido: per Di Stefano la cultura era servizio, la scuola presidio morale, l’impegno civile una forma concreta di fedeltà alla propria terra e alla propria coscienza. Non vi era frattura tra poesia e storia, tra fede e patria, tra disciplina e libertà: tutto convergeva in un’alta idea di responsabilità e di dedizione.
Giacomo Cuttone
La foto: con Ludovico Corrao da Mazara forever















