C’era una volta, fino a ieri,
una bimba di otto anni, Alessia detta “guerriera” da tutti i palermitani.
Era una grande tifosa della squadra di calcio del Palermo; i calciatori seppero della grave malattia che la affliggeva e le fecero un regalo grandissimo: la portarono in campo con loro all’inizio di tante partite e tutto lo stadio urlava per lei parole di affetto e intonava cori di sostegno.
Furono intraprese raccolte di fondi e iniziative per sostenere lei e la sua famiglia, furono indette giornate di silenzio e di preghiera quando fu chiaro che lo stato di salute di Alessia era peggiorato drasticamente.
Ora Alessia non c’è più, il miracolo della guarigione in cui tutti i credenti speravano, non è avvenuto.
Eppure un miracolo c’è stato e lo ha compiuto Alessia, durante la sua troppo breve vita, un miracolo tangibile, giorno dopo giorno sempre rinnovato:
Alessia col suo cuore puro e forte ha tenuto unita questa città, tutta quanta.
Palermo è una città in cui il muro divisorio tra ceto medioalto e ceto basso è alto cento metri: non c’è dialogo, nessuna comunicazione, nessuna considerazione, nessuna comprensione, nessun rispetto.
Palermo è una scissione netta tra centrocittà e periferie; queste ultime sono tagliate fuori dalla vita urbana, dimenticate, con servizi pubblici pari a zero, e socialmente escluse.
Alessia veniva da una famiglia modesta di periferia, il suo corpo divenne fragilissimo provato dal cancro, eppure lei è riuscita in un’impresa ciclopica, quella di saper rendere tutti i palermitani uguali e fratelli dinanzi alla più temibile e terribile delle tragedie che possano accadere ad un essere umano, tanto più se si tratta di una bimba di appena otto anni, alla quale bastava stare accanto ad un calciatore del Palermo per sorridere a tutto lo stadio Barbera, facendo intonare lo stesso coro a tutti i settori: le tribune, le gradinate, le curve Nord e Sud degli ultras.
È questo il miracolo di Alessia, ed è avvenuto veramente.
Io, che non sono una grande tifosa del Palermo, ma dell’unione per le cause nobili sì, spero che i palermitani non dimentichino Alessia e il suo miracolo, altrimenti sarà stato il suo un sacrificio vano: vorrei che tutti i palermitani facessero uno sforzo per comunicare di più tra loro pur nella diversità, vorrei che ci fosse rispetto piuttosto che prepotenza, che si possa uscire di casa senza essere aggrediti per un parcheggio, che si impari la civiltà, che si abbia rispetto della vita, della vita di tutti e che ricordassero sempre che i miracoli possiamo farli anche noi, come ci ha insegnato la piccola grande Alessia.
Elena Pagano















