In un luogo sospeso tra memoria e immaginazione, dove i confini tra passato e presente si dissolvono, prende forma un incontro impossibile con Orazio Napoli. Poeta appartato ma profondamente immerso nel fermento letterario del Novecento, Napoli racconta la sua vita, le sue inquietudini e il senso della scrittura con una voce che sembra arrivare da un’altra epoca – eppure ancora sorprendentemente attuale.
D.: Lei nasce lontano dai salotti letterari, a Mazara del Vallo. Che cosa porta con sé di quella terra?
R.: La polvere e il vento. E il carrubo, naturalmente. Non è un caso che una mia poesia si chiami Il Carrubo. È un albero che resiste, come chi nasce ai margini e poi si ostina a scrivere.
D.: Nel 1925 si trasferisce a Milano. Una scelta o una necessità?
R.: Necessità travestita da scelta. Milano era fatica: correttore di bozze, poi lettore alla Arnoldo Mondadori Editore. Vivevo tra parole degli altri, cercando di non perdere le mie.
D.: Ha frequentato grandi nomi: Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Cesare Zavattini… Che ricordo ha di loro?
R.: Eravamo poveri, ma ricchi di urgenza. Non c’era posa, solo necessità di dire. Con Quasimodo si parlava di silenzi, con Saba di verità. Zavattini invece voleva raccontare tutto, anche quello che non si vede.
D.: Negli anni Trenta fece parte dei cosiddetti “cappotti lisi”. Chi erano davvero?
R.: Eravamo scrittori e artisti consumati prima ancora di riuscire. Cappotti logori, sì, ma occhi accesi. Tra noi c’erano Alfonso Gatto e Leonardo Sinisgalli. Non avevamo successo, ma avevamo fame – e non solo di pane.
D.: Nel 1948 riceve il Premio San Babila, insieme a Giuseppe Ungaretti. Una consacrazione?
R.: Una luce breve. I premi sono finestre: si aprono, poi si richiudono. La poesia resta al buio, dove è nata.
D: Le sue opere sembrano attraversate da inquietudine. Il cadavere innamorato, Smarrimenti… da dove nasce questa tensione?
R.: Dalla vita non risolta. Scrivere è cercare un ordine che non esiste. E più lo cerchi, più ti perdi. Per questo “smarrimenti”.
D.: Nell’ultimo periodo lavorava a un romanzo sulla tossicodipendenza. Un tema insolito per il suo tempo.
R.: Non esistono temi insoliti, solo verità ignorate. Milano cambiava, le persone cadevano. Io volevo raccontare quella caduta. Ma certi libri restano incompiuti perché la realtà è più veloce della scrittura.
D.: Che importanza ha avuto la pubblicazione nel 2005 del volume “Poesie scelte”, edito dall’Istituto Euro Arabo di studi superiori e curato da Lorenzo Greco e Salvatore Mugno?
R.: Quel volume del 2005 non è soltanto una raccolta di versi: è un atto di memoria e di fedeltà alla parola poetica. I curatori, Lorenzo Greco e Salvatore Mugno, hanno saputo restituire dignità e respiro umano a testi che rischiavano il silenzio degli scaffali. L’Istituto Euro Arabo di studi superiori, pubblicandolo, ha compiuto un gesto raro nel nostro tempo: riconoscere che la poesia non appartiene al passato, ma continua a interrogare il presente. Ogni scelta poetica è anche una scelta morale, e questa edizione sembra nascere proprio da tale consapevolezza.
D.: Se potesse lasciare un messaggio ai lettori di oggi?
R: Non cercate la fama nei libri. Cercatevi dentro. La letteratura non salva, ma illumina per un istante – e a volte basta.
L’incontro con Orazio Napoli si dissolve come un’eco lontana, ma lascia una traccia nitida: quella di uno scrittore che ha vissuto la letteratura come necessità, più che come mestiere. Le sue parole, sospese tra disincanto e verità, continuano a interrogare il presente, ricordandoci che la poesia non appartiene a un’epoca, ma a chi ha il coraggio di perdersi per cercarla.
Giacomo Cuttone
La foto: il ritratto di Orazio Napoli (autore sconosciuto) da Trapani Nostra















