“L’assassino di Modena è un marocchino nato in Italia, non è italiano! Un maiale che nasce in una stalla di cavalli è e rimarrà un maiale, non un cavallo. Punto!”
Questo quanto scritto su un post sui social dal coordinatore comunale Gaspare Costa di Fratelli d’Italia dopo i fatti di Modena, che non sono soltanto una caduta di stile politica, ma rappresentano un messaggio pericoloso, carico di odio e disumanizzazione. Paragonare una persona a un “maiale nato in una stalla di cavalli” significa oltrepassare il confine del confronto civile per entrare nel terreno del razzismo più esplicito, quello che divide gli esseri umani in categorie “pure” e “impure” sulla base delle origini familiari.
Che un individuo si macchi di un crimine terribile è un fatto che deve essere giudicato con severità dalla magistratura. Ma attribuire la responsabilità di un delitto a un’intera comunità, o negare l’identità di una persona nata e cresciuta in Italia solo per le sue origini marocchine, significa alimentare un clima tossico che nulla ha a che vedere con la sicurezza o con la giustizia.
In Italia esistono migliaia di ragazzi figli di immigrati che studiano, lavorano, pagano le tasse, parlano il dialetto delle città in cui sono cresciuti e contribuiscono ogni giorno alla vita del Paese. Come del resto un plauso va fatto a Osama Shalaby, il muratore egiziano di 56 anni che ieri insieme al figlio 20enne Mohammed ha partecipato all’immobilizzazione dell’autore del folle gesto.
Ridurre tutto questo a un insulto zoologico significa cancellare storie, diritti e dignità umana. E soprattutto significa trasformare un fatto di cronaca in un pretesto per soffiare sul fuoco della paura e del rancore sociale.
La politica dovrebbe avere il compito di abbassare i toni, non di incendiare il dibattito pubblico con slogan disumanizzanti. Perché quando si accetta che qualcuno venga paragonato ad un “animale” in base alle sue origini, il passo verso una società sempre più aggressiva e divisa diventa pericolosamente breve.
Le istituzioni e le forze politiche democratiche hanno il dovere di prendere le distanze da parole di questo tipo. Non per “buonismo”, ma per difendere un principio fondamentale: la responsabilità penale è individuale, mentre il rispetto della dignità umana deve restare universale.
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