Luigi Fiorentino è stato poeta, critico letterario e docente, figura di rara intensità nel panorama culturale italiano del Novecento. La sua vita attraversa la Sicilia, Siena e Trieste, ma anche i lager della Seconda guerra mondiale, e si intreccia con la poesia, la critica e la passione civile. In questa intervista impossibile, Fiorentino racconta le tappe della sua vita, i tormenti e le ispirazioni che hanno formato il suo percorso artistico e umano.
D: Lei nasce a Mazara del Vallo nel 1913. Quale ricordo conserva?
R: Ricordo l’aria, l’acqua, il verde, il bianco che svapora nell’azzurro. La Sicilia è stata la culla del mio sguardo sul mondo, il primo teatro dei contrasti che ho amato e che mi hanno formato.
D: Giovanissimo pubblica già poesie e antologie. Come descriverebbe la sua prima giovinezza poetica?
R: Era una giovinezza in fiore, come titola una mia raccolta. La mia poesia iniziale era patriottica, classicamente scolastica, ma già sentivo il bisogno di ascendere, di aggrapparmi disperatamente alla radiosa vetta del Parnaso, il sogno della vita stessa. La giovinezza è il periodo della costruzione.
D: Poi arriva la guerra. Lei partecipa come comandante di batteria e subisce la deportazione nei lager. Come ha influito questa esperienza sulla sua poesia?
R: La guerra ha scolpito ogni mia parola successiva. Nei lager ho respirato dolore e ingiustizia, ma anche la possibilità di concentrarmi dentro di me, di vivere fuori dal tempo esteriore. Scrivevo: senza toccarmi passano procelle / come la nube rapide… Uomini, ecco, io credo sempre in me! La poesia è stata la mia salvezza, il modo per dominare la morte senza piegarmi.
D: Tornato in Italia, fonda la rivista Ausonia e definisce l’“ausonismo”. Qual era il senso di questa poetica?
R: L’ausonismo voleva dare al Novecento un’arte intimamente italiana, unire tradizione e modernità. Non era radicale, non era polemica fine a sé stessa. Cercava armonia, chiarezza, capacità di elevare e consolare. Ritornare all’antico non per ripetere schemi stantii, ma per interpretare i fremiti e le sensibilità del nostro tempo.
D: Si definirebbe un poeta “post-ermetico”?
R: Probabilmente sì. La poesia deve essere parola chiara, distesa, descrittiva, capace di toccare l’uomo comune senza tradire la complessità dell’anima.
D: La sua produzione è vastissima: poesie, narrativa, critica letteraria, traduzioni… Come ha fatto a conciliare tutto?
R: Con tenacia e con passione. Insegnavo, dirigevo Ausonia, curavo la casa editrice Maia, viaggiavo per conferenze… ma ogni attività era legata alla stessa esigenza: capire e comunicare l’umano attraverso le parole.
D: Quale opera sente più vicina alla sua esperienza personale?
R: Scalata al cielo, pubblicata nel 1948, cattura il viaggio nei lager e la riscoperta di me stesso attraverso la poesia. È quasi un diario dell’anima tra dolore e speranza. La poesia resta il mio respiro più autentico.
D: Qual è stato il suo rapporto con l’estero e le traduzioni?
R: Viaggiare e tradurre poeti stranieri mi ha permesso di confrontarmi con altre sensibilità. Le traduzioni sono un dialogo intimo: si tratta di cogliere la musica dell’anima altrui e restituirla nella nostra lingua.
D: Infine, quale messaggio vuole lasciare alle generazioni future?
R: La vita è lotta, dolore, bellezza e passione. Non bisogna piegarsi a compromessi che tradiscono la propria coscienza. E, soprattutto, bisogna credere sempre in sé stessi. La poesia, la cultura, l’arte sono strumenti per vivere davvero, anche quando tutto sembra perduto.
Luigi Fiorentino emerge da queste parole non solo come poeta e critico, ma come uomo che ha saputo trasformare il dolore e l’esperienza storica in una forma di resistenza e di bellezza.
Giacomo Cuttone
La foto: con Salvatore Quasimodo da Dialoghi Mediterranei (www.istitutoeuroarabo.it)















