Immaginare un dialogo con Nino Sammartano significa attraversare alcune delle pagine più complesse del Novecento italiano: la guerra, il fascismo, la ricostruzione, la scuola. In questa intervista impossibile, la sua voce riemerge tra luci e ombre, offrendo uno sguardo diretto su una vita segnata dall’impegno culturale e da scelte controverse.
D.: Chi era Nino Sammartano, prima di diventare pedagogista?
R.: Un ragazzo di provincia con una fame ostinata di studio. Mazara era il mio mondo, ma non mi bastava. Trapani, Ferrara… ogni tappa era un passo per capire meglio la realtà e, soprattutto, l’uomo. Poi arrivò la guerra, e quella cambiò tutto.
D.: Lei partecipò alla Prima guerra mondiale come sottotenente di artiglieria. Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?
R.: La guerra ti insegna quanto sia fragile l’ordine umano. E quanto sia necessaria l’educazione per ricostruirlo. Non è un caso se, tornato, ho scelto la via degli studi e dell’insegnamento. Lì ho visto una possibilità di rimediare al caos.
D.: Dopo la laurea a Pisa, il suo percorso si intreccia con il fascismo. Una scelta convinta?
R.: Convinta, sì. Come molti della mia generazione, vedevo nel fascismo una risposta alla crisi dello Stato liberale. In quegli anni cercai anche di interpretarne i presupposti teorici, come emerge in Idee e problemi della Rivoluzione fascista (1932) e, più direttamente sul piano politico, in La Sicilia fuori della rivoluzione fascista (1924). Partecipai alla fondazione dei Fasci a Mazara e aderii al Manifesto degli intellettuali fascisti. Non lo nego.
D.: Lei fu anche direttore generale del Ministero della cultura popolare nella Repubblica Sociale Italiana. Come guarda oggi a quella fase?
R.: Come a un momento estremo, segnato da scelte difficili e spesso tragiche. Non cerco giustificazioni. Posso dire solo che credevo ancora in un’idea di Stato e di cultura. Ma il contesto era ormai compromesso.
D.: Dopo la guerra, però, lei torna all’università e continua a insegnare per decenni. Come è stato possibile?
R.: Non senza ostacoli. Fui allontanato, poi reintegrato. Ma la scuola, l’università… erano la mia vera patria. Lì potevo lavorare su ciò che conta davvero: il rapporto tra maestro e allievo.
D.: Questo rapporto è centrale nei suoi studi. Perché?
R.: Perché è il cuore della pedagogia. Non esiste educazione senza relazione. Questo è ciò che ho cercato di chiarire esplicitamente in Il rapporto maestro-scolaro come problema fondamentale della pedagogia (1953) e, più tardi, in Teoria e storia di una pedagogia dei rapporti (1967). Il maestro non trasmette solo nozioni: trasmette una visione del mondo, un metodo, una tensione morale. È un legame umano prima che intellettuale.
D.: Lei ha fondato riviste, diretto collane, promosso cultura. Che ruolo attribuisce all’editoria?
R.: Fondamentale. Le riviste sono laboratori di idee. “Fiammate”, “Tempo Nostro”, “Nuova Rivista Pedagogica”, ecc. erano strumenti per creare dibattito. Ma la mia impresa più cara resta la Società Editrice Siciliana.
D.: Fondata nel dopoguerra, in una Mazara ferita. Perché proprio allora?
R.: Perché era il momento più difficile. E proprio per questo necessario. La cultura non è un lusso: è una forma di ricostruzione. Pubblicare Amari, Meli, Ibn Hamdis… significava restituire memoria e dignità a una comunità.
D.: Quel progetto editoriale guardava anche oltre la Sicilia, verso l’Europa.
R.: Certo. Il Mediterraneo è un ponte, non un confine. E l’Europa, già allora, era una necessità. Avevamo intuito che senza unione saremmo diventati marginali. Non mi pare un’idea superata.
D.: Lei ha anche guidato l’Istituto Nazionale del Dramma Antico e rilanciato le rappresentazioni a Siracusa. Che valore ha il teatro classico oggi?
R.: Immenso. I Greci parlano ancora a noi. Le loro tragedie sono specchi: ci mostrano potere, destino, responsabilità. Non a caso ho dedicato attenzione anche a questi temi in Gli spettacoli classici in Italia: 1914-1964 (1965). Portarle in scena significa educare, ancora una volta.
D.: Se dovesse riassumere la sua vita in una immagine?
R.: Penso a quei versi di Dante su Stazio: “fa le persone dotte”. Forse ho cercato di essere questo: uno che porta una luce, anche senza goderne pienamente.
D.: E oggi, cosa direbbe agli insegnanti?
R.: Di non ridursi a funzionari. L’educazione è un atto vivo, rischioso, umano. Senza passione, è solo burocrazia. Anche nei miei Scritti pedagogici (1965) e nei Nuovi saggi pedagogici (1974) ho insistito su questo punto: senza una tensione morale, la scuola si svuota.
D.: E agli studenti?
R.: Di esigere maestri autentici e, allo stesso tempo, di prepararsi a esserlo.
La figura di Sammartano resta complessa e, per certi aspetti, problematica. Ma proprio nelle sue contraddizioni emerge il ritratto di un intellettuale che ha attraversato il suo tempo senza sottrarsi, cercando nella cultura e nell’educazione una forma di costruzione e, forse, di riscatto.
Giacomo Cuttone
La foto: da Mazara forever















