Come si attraversa un’intera esistenza dedicata all’arte senza smarrirne il centro? In questa conversazione immaginaria, Vito Gallo ripercorre la sua lunga ricerca, la scelta di innalzare la ceramica a linguaggio pienamente artistico, il dialogo tra realismo e astrazione e il legame indissolubile con la luce di Mazara del Vallo, che ha segnato per sempre il suo sguardo.
D: Come si racconta una vita intera d’arte?
R: Non si racconta: si modella. Come l’argilla. Una vita non si spiega, si compone per frammenti, proprio come i miei bassorilievi in ceramica. Ogni mostra, ogni pannello realizzato per una scuola o per un edificio pubblico della mia provincia è un tassello. La prima esposizione risale al 1962. Da allora il lavoro non ha mai conosciuto pause.
D: Sei stato acquerellista, pittore, scultore, pittore-scultore di ceramica. Ma non “ceramista”. Perché?
R: Perché non ho mai considerato la ceramica un semplice supporto decorativo. Non mi interessa dipingere su un oggetto: mi interessa costruirlo. La ceramica non è una sorella minore della pittura. Nel Rinascimento, artisti come Luca e Andrea della Robbia l’hanno resa linguaggio nobile. Io ho soltanto proseguito quella lezione, rivendicando pari dignità tra tela e materia plasmata.
D: La tua ricerca è stata definita “neo-cubista”. Ti riconosci in questa definizione?
R: Mi riconosco nella necessità di un linguaggio moderno. Il neo-cubismo mi interessa perché tiene insieme realismo e astrazione. La lezione di Paul Cézanne, l’influenza della scultura africana, la scomposizione cubista: tutto concorre a superare la prospettiva naturalistica. Ma non voglio dissolvere il mondo. Voglio comprenderlo, restituirne la struttura profonda.
D: Nei tuoi lavori il colore è dominante. È la ceramica che ti ha guidato in questa direzione?
R: La ceramica ti educa al colore come materia viva. Per me il colore non è ornamento, è architettura emotiva. È struttura e psicologia insieme. L’insieme precede il dettaglio: l’armonia guida lo sguardo.
D: Nei tuoi acquerelli compaiono insetti minuti – coccinelle, api, cavallette. Perché questa attenzione al “mondo piccolo”?
R: Perché la natura continua a vivere anche quando l’uomo la dimentica. Amo quel brulichio silenzioso. Mettere una cavalletta al centro di una composizione non è un capriccio: è un gesto di rispetto.
D: Nei tuoi olii emergono figure di anziani pensosi, opere come la Crocifissione o la Sacra Famiglia. Che cos’è per te il sacro?
R: Il sacro è misura dell’umano. Anche quando utilizzo geometrie marcate e frammento le figure, non rinuncio mai al vigore espressivo. La spiritualità non è evasione, ma profondità.
D: Parliamo delle grandi composizioni in ceramica, come La Mattanza.
R: La Mattanza è fatica, coordinazione, rito collettivo. È lavoro umano. In quelle scene c’è la mia Sicilia: il mare, la memoria, la dignità antica. Come nei pannelli pubblici che arredano edifici della mia città: l’arte non deve solo abbellire, deve testimoniare.
D: Il legame con Mazara del Vallo è centrale nella tua opera.
R: Sono figlio della sua luce e delle sue ombre. Qui la luce è vasta, avvolgente, apre gli orizzonti. Ma le ombre sono nette, taglienti. Nei miei quadri convivono entrambe: speranza e limite, calore e rigore.
D: Nei tuoi lavori compaiono soggetti mitologici, come i “Cavalieri moreschi”, o figure che ricordano metope greche.
R: Il Mediterraneo è stratificazione: storia, mito, memoria. Non voglio stupire, voglio appassionare. Se un’opera è leggibile e intensa, allora è viva.
D: Dopo una carriera così lunga, che cosa resta?
R: Resta l’unità. Tecniche diverse, materiali diversi, ma un unico sguardo. Se le opere continuano a parlare, allora non sono davvero andato via.
L’eredità di Vito Gallo è fatta di materia e luce, di frammenti ricomposti in armonia, di tradizione riletta attraverso un linguaggio moderno. Nelle sue ceramiche come nei suoi olii vibra una Sicilia intensa e meditativa, dove il colore diventa struttura e la memoria si trasforma in progetto. Forse è questa la sua lezione più viva: l’arte non separa passato e presente, ma li salda in una forma capace di attraversare il tempo.
Giacomo Cuttone















