Questa intervista impossibile immagina un incontro oltre il tempo con Giovanni Venezia (1935–2008), giornalista e intellettuale animato da una profonda tensione etica e civile. Attraverso le sue parole prende forma il ritratto di un uomo che ha vissuto il giornalismo come missione, sempre in bilico tra disillusione e speranza.
D.: Ti definivi “uno spirito liberal”. Cosa intendevi davvero?
R: Intendevo lasciare aperta una porta. Le definizioni troppo strette soffocano il pensiero. Il mio era un socialismo liberale vissuto, non teorizzato: una tensione continua tra libertà individuale e giustizia sociale. Non un sistema chiuso, ma una ricerca.
D.: La ricerca sembra essere stata il filo conduttore della tua vita.
R: Sì, una ricerca spesso delusa. Cercavo un modello ideale di democrazia, ma la realtà quotidiana mi restituiva compromessi, mediocrità, talvolta corruzione. Eppure non ho mai smesso di cercare. E qui sta il conflitto: più vedevo chiaramente i limiti, più sentivo il dovere di restare, di intervenire. Andarsene sarebbe stato più semplice. Restare, scrivere, esporsi – quello era necessario. È questo attrito che tiene in vita il pensiero critico.
D.: Eri conosciuto come un uomo verace, sincero, moralmente integro. Quanto è costato mantenere questa coerenza?
R: Molto. La coerenza non è una virtù comoda. Significa spesso restare soli, o essere fraintesi. E a volte significa anche dubitare di sé: chiedersi se valga la pena continuare a parlare quando sembra che nulla cambi. Ma senza integrità, il giornalismo diventa solo un mestiere; io volevo che fosse una missione.
D.: A proposito di giornalismo, che ruolo ha avuto nella tua vita?
R: È stato il mio modo di stare nel mondo. Ma non credere che sia stato sempre slancio: ci sono stati momenti in cui scrivere sembrava inutile, quasi un gesto vuoto. Poi tornava una notizia, un’ingiustizia, una distorsione evidente – e allora capivo che tacere sarebbe stato peggio. Scrivere significava capire, e capire significava resistere.
D.: Non hai mai dimenticato Mazara del Vallo, la tua città d’origine.
R: Mai. Anche vivendo a Venaria, avevo fame di notizie della mia terra. Mi tornava in mente l’odore salmastro del porto all’alba, le reti stese ad asciugare, le voci dei pescatori che si mescolavano al vento. E proprio per questo mi faceva soffrire vederla cambiare, o forse decadere. Non riuscivo a comprendere fino in fondo come si fosse arrivati a certe condizioni. A volte avrei voluto voltarmi dall’altra parte, conservarne solo il ricordo. Ma l’amore, quello vero, non ti lascia scegliere: ti costringe a guardare anche ciò che delude.
D.: Nel 2004 hai ricevuto il premio nazionale “Mario Soldati”. Che valore ha avuto per te?
R: I premi fanno piacere, certo. Ma contano soprattutto se riconoscono uno spirito libero. Essere accostato a nomi importanti del giornalismo e della cultura è stato un onore, ma anche una responsabilità.
D.: Parliamo de ilpungolo.com, a cui ho avuto il piacere e l’onore di collaborare. Che cos’era davvero?
R: Era uno spazio di libertà. Un punto d’incontro per idee diverse, senza timori. Un ambiente in cui coltivare cultura, esercitare lo spirito critico e fare informazione autentica. Non per inseguire utopie, ma per tutelare la dignità dei cittadini. Anche lì, però, non mancavano le difficoltà: la libertà comporta inevitabilmente il confronto con l’indifferenza e il silenzio. Eppure, ne valeva comunque la pena.
D.: Dopo la tua scomparsa è uscita una raccolta dei tuoi scritti, “Giove Pluvio” (2022). Come guardi a questa pubblicazione postuma?
R: In quelle pagine ci sono analisi, commenti, fatti: frammenti di un lavoro quotidiano nato dentro ilpungolo.com. Se possono ancora provocare riflessione, allora hanno un senso.
D.: In un tuo editoriale scrivevi di “strali” contro le deviazioni del costume italiano. Era una posizione scomoda?
R: Necessaria. Quando il lusso diventa maschera, quando il guadagno copre la meschinità, qualcuno deve dirlo. Non per moralismo, ma per onestà intellettuale. Anche sapendo che spesso chi ascolta preferisce non sentire.
D.: Ti definivi un idealista?
R: Non un idealista inutile, come qualcuno voleva far credere. L’idealismo è utile se resta ancorato alla realtà. Ma ti confesso una cosa: ogni tanto la realtà ti respinge, ti ridimensiona, ti stanca. Il rischio è diventare cinici. Io ho cercato di restare in equilibrio, senza cedere del tutto né all’illusione né al disincanto.
D.: Che ruolo avevano i lettori nel tuo progetto?
R: Centrale. Senza lettori non esiste coscienza collettiva. Dicevo sempre: siete voi la garanzia della nostra continuità. Lo credo ancora. Anche quando sembrano pochi, anche quando sembrano distratti.
D.: Se potessi guardare il presente, saresti ancora deluso?
R: Probabilmente sì. Ma non rinuncerei alla speranza. La delusione è il prezzo della lucidità; la speranza è il dovere di chi pensa. Il punto non è scegliere tra le due: è sopportarle entrambe.
D.: Come vorresti essere ricordato?
R: Come uno che non ha smesso di fare domande. Non servono monumenti: basta una coscienza vigile, ogni tanto.
Nel silenzio che segue questo dialogo immaginario, resta una voce che non si chiude. Una domanda, forse. E qualcuno, da qualche parte, ancora disposto ad ascoltarla.
Giacomo Cuttone
















