C’è un fantasma che si aggira per la città. No, non è quello evocato da Marx ed Engels. È molto più nostrano, molto più balneare e decisamente più interessato alla posidonia che al proletariato.
Questa città continua a stupirci. In pochi anni è riuscita a sperimentare quasi tutte le sfumature della destra disponibili sul mercato politico: due mandati affidati a un sindaco di destra, un candidato sindaco del partito del Nord, un sindaco sostenuto dai postfascisti e adesso l’ultima novità del catalogo, una nuova formazione di destra: il Partito del Generale.
Mancano soltanto i Borboni e poi la collezione è completa.
Da qualche settimana il nuovo comitato cittadino è pienamente operativo. Il suo compito è nobile: difendere l’identità, presidiare il bene comune e soprattutto vigilare sulla posidonia di Tonnarella. Perché mentre il mondo si interroga sulle guerre, sui dazi, sulla crisi climatica e sull’intelligenza artificiale, qui la grande questione geopolitica è capire dove finiscono le alghe spiaggiate.
L’ultimo comunicato sembra confermare che il fantasma ha individuato il terreno decisivo dello scontro politico cittadino. Non il lavoro, non i servizi pubblici, non il porto o la pesca, ma il tratto di spiaggia libera successivo al Sole Rosso.
Con toni da denuncia civile si parla di ritardi inaccettabili, cumuli di alghe calpestate, detriti accumulati e cittadini trattati come residenti di serie B. Una questione che merita attenzione da parte dell’amministrazione. Ma sul piano politico resta curioso osservare come la prima grande battaglia del nuovo corso sovranista locale abbia trovato il proprio epicentro tra una ruspa che non arriva e un cumulo di posidonia.
Non è difficile riconoscere l’origine del fantasma. Basta osservare ciò che accade a livello nazionale. Là si parla di sovranismo, identità, difesa dei confini e lotta contro le élite europee. Qui, almeno per ora, la rivoluzione sembra essersi attestata tra il Sole Rosso e la battigia.
Dalle parti di Roma si combatte contro il globalismo. Dalle parti di Tonnarella, per il momento, contro la posidonia.
Da una parte si denuncia l’abbandono della città, l’inefficienza amministrativa e l’assenza di visione strategica, arrivando persino a chiedere le dimissioni del sindaco. Dall’altra si rispolvera l’album dei ricordi di una stagione politica che sembrava archiviata.
Questa nuova formazione politica di destra sta preparando una rivoluzione o una seduta spiritica?
Perché il sospetto è che qualcuno stia cercando di evocare il passato per costruire il futuro. O, più precisamente, per ricostruirsi un futuro politico.
Eppure c’è un dettaglio che rende questa storia ancora più curiosa. Tutta la retorica identitaria che anima il movimento nazionale approda in una delle città meno compatibili con le semplificazioni identitarie.
Mazara del Vallo non è soltanto una città siciliana. È una città mediterranea. Una città di pescatori, di commerci, di partenze e di approdi. Una città che da decenni convive con culture, lingue e comunità diverse.
Qui l’identità non è mai stata una fortezza da difendere. È sempre stata un porto da attraversare.
Forse è anche per questo che alcune parole d’ordine importate dai palchi nazionali rischiano di apparire fuori contesto. Perché raccontare la paura dell’altro in una città che da generazioni vive accanto all’altro richiede uno sforzo narrativo non indifferente.
D’altronde la politica locale possiede una straordinaria capacità di rigenerazione. Cambiano i simboli, cambiano le sigle, cambiano i manifesti. Quello che spesso non cambia sono gli interpreti.
È il trasformismo a chilometro zero: prodotto tipico locale.
E così potrebbe prendere forma quella che potremmo chiamare “Operazione Nostalgia”: riunire gli scontenti di oggi, i nostalgici di ieri e i professionisti del ritorno sotto lo stesso tetto politico.
Un grande partito della memoria, naturalmente in nome del cambiamento.
Perché il cambiamento, da queste parti, assomiglia spesso a un trasloco: si cambia insegna, si ridipinge la facciata, ma gli inquilini restano gli stessi.
Nel loro ultimo comunicato si legge che “il decoro urbano e il turismo si fanno con i fatti”. Un principio condivisibile. Resta però una curiosità: dopo le alghe, quale sarà il progetto? Quale idea di città? Quale visione per il futuro?
Perché una spiaggia pulita è un dovere amministrativo. Una proposta politica dovrebbe essere qualcosa di più ambizioso. E allora il fantasma continua a camminare per le strade della città. Ogni tanto cambia nome, apre un comitato, organizza una conferenza stampa e torna a bussare alla porta.
Non chiede “dolcetto o scherzetto”, chiede consenso. E noi, puntualmente, lo guardiamo passare fingendo di non riconoscerlo.
Come se fosse la prima volta, come se non sapessimo già da quale soffitta della politica è uscito.
Giacomo Cuttone
















