C’è una domanda che torna spesso, tra chi ama il vino: perché continuiamo a berlo, nonostante tutto? Nonostante i divieti, le prediche sulla salute, i rischi, le controindicazioni. Eppure eccoci qui, ancora una volta, con un bicchiere in mano e la voglia di raccontare qualcosa che va oltre il liquido che contiene.
La risposta non è semplice, e forse non è nemmeno univoca. Ma se dovessi provare a dirla con una parola sola, quella parola sarebbe memoria.
Bevo vino perché mi piace, certo. Ma c’è molto di più. Dentro un bicchiere sento i sapori della mia storia personale. Il vino mi riporta ai miei nonni, a quella mia infanzia fatta di cose semplici, come il vino che non nomino perché era semplicemente il vino. Ricordo perfettamente il profumo della cantina del nonno, quell’odore di uva pigiata, di legno bagnato, di terra umida. E ricordo i suoi gesti lenti e precisi quando travasava il vino, quando controllava la fermentazione, quando imbottigliava. Ricordo le sue mani, quelle mani grandi e forti che però sapevano essere delicatissime quando prendevano le bottiglie, quasi a voler proteggere quel piccolo tesoro che avevano creato.
Il vino è memoria, e radici. È un modo per mantenermi connesso con chi sono e da dove vengo. In un sorso di vino c’è la mia storia e la storia dei miei antenati, della Vendemmia e la pazienza dell’attesa. C’è la gioia della condivisione e il piacere della scoperta. Ma il vino è anche un ponte verso altre storie, altre culture, altre tradizioni. Ogni bottiglia racconta una storia diversa, parla di terroir, di persone, di climi, di tecniche. Ogni sorso è un piccolo viaggio che possiamo fare standocene tranquillamente seduti a tavola.
Bevo vino perché sono una persona equilibrata, autocentrata, che conosce perfettamente quali sono i rischi legati all’alcol ma che apprezza il piacere di un calice di vino ogni tanto. È qui tocchiamo un punto fondamentale: la consapevolezza. Il vino può far male, può creare dipendenza, può danneggiare la salute soprattutto se consumato in eccesso. Non possiamo negarlo né dimenticarlo. Ma il vino è anche una bevanda con una storia millenaria, che ha accompagnato l’umanità in quasi tutte le sue fasi, una bevanda che fa parte della nostra cultura gastronomica, della nostra convivialità, delle nostre celebrazioni. Una bevanda che, consumata con moderazione, può anche avere effetti benefici sulla salute. Perché la salute non è soltanto assenza di malattia ma anche qualità di vita, benessere, stare bene con sé stessi. E questa pienezza passa anche dai piccoli piaceri della vita: una risata a tavola, il profumo del pane appena sfornato, un tramonto guardato in silenzio. E sì, anche un buon bicchiere di vino.
Viro Vino è nato proprio da qui: dall’idea di raccontare le parole attraverso il vino, per capire meglio noi stessi e il mondo. È un progetto che unisce due passioni profonde – il vino e le parole – esplorando in ogni puntata del podcast una parola diversa dal punto di vista linguistico, storico, musicale, cinematografico, e poi usando il vino come chiave di lettura per comprenderla ancora più a fondo. Perché le parole, come il vino, agiscono dentro di noi: conoscerne il senso ci aiuta a essere più lucidi, consapevoli e maturi.
E oggi la parola è proprio memoria. Una parola che ci racconta molto di più di quanto pensiamo, perché la memoria non è solo ricordare qualcosa che è successo, ma è anche identità, è appartenenza, è il legame con le nostre radici e con quello che eravamo.
L’etimologia della parola memoria è affascinante. Deriva dal latino memor, che significa “memore, che ricorda”. La radice indoeuropea è men-, che troviamo anche in altre parole come mente, monito, ammonire. Tutte parole legate al pensiero, alla consapevolezza, alla capacità di tenere presente qualcosa. La memoria, quindi, non è solo un archivio passivo di ricordi, ma un’attività della mente, qualcosa che ci rende vivi e presenti.
Nella mitologia greca, Mnemosyne era la dea della memoria, madre delle nove Muse. Non è un caso che la memoria sia madre delle arti: senza memoria non c’è cultura, non c’è trasmissione del sapere, non c’è poesia, non c’è musica. La memoria è ciò che ci permette di essere quello che siamo, di costruire la nostra identità nel tempo. Senza memoria saremmo sempre punto e a capo, incapaci di imparare, di crescere, di evolvere.
Ma la memoria è anche selettiva, e a volte ingannevole. Non ricordiamo tutto, e quello che ricordiamo lo facciamo attraverso il filtro delle nostre emozioni, delle nostre esperienze, dei nostri desideri. La memoria ricostruisce il passato, non lo riproduce fedelmente. E in questo senso, la memoria è anche creazione, è narrazione. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, in realtà stiamo riscrivendo quel ricordo, lo stiamo reinterpretando alla luce del presente.
Nel cinema, la memoria è un tema ricorrente. Pensiamo a film come Memento di Christopher Nolan, dove il protagonista non riesce a creare nuovi ricordi e deve affidarsi a note, tatuaggi, fotografie per ricostruire la sua vita. Oppure Amarcord di Federico Fellini, che è proprio un omaggio alla memoria, ai ricordi dell’infanzia, filtrati dalla nostalgia e dalla poesia. O ancora Blade Runner, dove i replicanti hanno ricordi impiantati, falsi, ma che per loro sono reali quanto i nostri. Il cinema ci insegna che la memoria è fragile, malleabile, ma anche preziosa e fondamentale per definire chi siamo.
Anche nella musica la memoria ha un ruolo centrale. Quante volte una canzone ci riporta indietro nel tempo, a un momento preciso della nostra vita? La musica è uno dei più potenti attivatori di memoria. Basta un accordo, una melodia, e siamo di nuovo lì, in quel momento, con quelle emozioni. Memory del musical Cats è una delle canzoni più celebri sul tema della memoria e della nostalgia. O pensiamo a Yesterday dei Beatles, che parla proprio del desiderio di tornare indietro, di recuperare qualcosa che è andato perduto.
La memoria è anche un tema filosofico profondo. Per Sant’Agostino, la memoria era il luogo dove abitava Dio, era lo spazio interiore dove l’uomo poteva incontrare sé stesso e il divino. Per Bergson, la memoria non era un semplice archivio, ma una dimensione viva, dinamica, che ci permetteva di vivere il tempo non come una successione di istanti separati, ma come una continuità. E Proust, nella Recherche, ha fatto della memoria involontaria il cuore della sua opera: è attraverso la famosa madeleine che il protagonista ritrova il suo passato, in un’esperienza che non è razionale, ma sensoriale, emotiva, totalizzante.
Ed eccoci al vino. Perché il vino è memoria in tanti modi diversi. Il vino è memoria della terra, del territorio, del clima di quell’anno. Ogni bottiglia è un’istantanea, una fotografia liquida di un momento preciso, di un luogo preciso. Quando assaggiamo un vino di dieci, venti, trent’anni fa, stiamo assaggiando il tempo, stiamo entrando in contatto con una storia che è stata conservata in quella bottiglia.
Il vino è anche memoria personale. Quante volte un vino ci riporta a un momento particolare della nostra vita? A una cena con gli amici, a un viaggio, a una persona che non c’è più. Il vino ha questa capacità straordinaria di fissare i ricordi, di diventare un ponte tra il passato e il presente.
E poi c’è la memoria collettiva, quella delle tradizioni, delle tecniche, dei saperi tramandati di generazione in generazione. Il vino è uno dei prodotti più antichi dell’umanità, e dentro ogni bicchiere c’è la memoria di millenni di cultura, di fatica, di passione. Quando beviamo un vino, stiamo bevendo la storia di chi lo ha fatto, di chi ha curato quelle vigne, di chi ha aspettato con pazienza che quel vino diventasse quello che è.
Bevo vino perché la memoria ha bisogno di essere nutrita, e il vino sa nutrirla in un modo che poche altre cose sanno fare. Perché il vino non è solo un prodotto, ma un racconto, una testimonianza, un legame con il passato che ci aiuta a vivere meglio il presente. E forse anche a costruire un futuro migliore, più consapevole, più radicato, più umano.
Allora alziamo il bicchiere, alla memoria. Alla nostra, a quella di chi ci ha preceduto, a quella che lasceremo a chi verrà dopo di noi. Perché senza memoria non c’è vino, e senza vino la memoria sarebbe un po’ più povera.
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Salvatore Pecorella



















