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L’umiltà non si dichiara, si respira. Di Salvatore Pecorella

Salvatore Pecorella by Salvatore Pecorella
Dicembre 12, 2025
in Cultura, Viro Vino
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L’umiltà non si dichiara, si respira. Di Salvatore Pecorella
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C’è una parola che circola sempre più spesso, soprattutto sui social, ma che sembra aver perso il suo peso: umiltà. La gente dice “sono umile” come se fosse un distintivo d’onore da esibire. Eppure l’umiltà vera, quella autentica, non si dichiara mai. È come il profumo: chi ce l’ha non lo sente, lo sentono gli altri.

La parola viene dal latino humilis, che deriva da humus, terra. Non la terra nobile dei vigneti pregiati, ma la terra comune, quella che calpestiamo ogni giorno senza pensarci. Gli antichi avevano capito tutto: essere umili significa riconoscere la propria natura terrena, accettare di essere fatti della stessa sostanza di tutto ciò che ci circonda. Nel Medioevo, l’umiltà era considerata la madre di tutte le virtù. San Benedetto la metteva al centro della sua regola monastica, non come sottomissione cieca, ma come capacità di vedere le cose per quello che sono realmente, senza i filtri dell’ego.

Le storie più belle di umiltà sono quelle che non cercano riflettori. Nel 2019 i giornali di tutto il mondo hanno raccontato la vicenda di Jadav Payeng, un indiano dell’Assam che per quarant’anni, ogni giorno, ha piantato alberi su un’isola deserta del fiume Brahmaputra. Oggi quell’isola è una foresta di 550 ettari che ospita elefanti, rinoceronti, tigri. Quando i giornalisti lo hanno intervistato, Payeng ha detto: “Ho fatto quello che dovevo fare, niente di speciale”. Ecco l’umiltà vera: chi compie gesti enormi e li considera normali.

Mi torna in mente una storia che lessi tempo fa su Arturo Toscanini. Un giorno, durante una prova, un giovane musicista commise un errore. Tutti si aspettavano una sfuriata, la sua proverbiale irruenza. Invece, il direttore si avvicinò al musicista, gli pose una mano sulla spalla e con voce calma disse: “Non preoccuparti, anche un ruscello a volte inciampa. L’importante è che continui a scorrere”. Quella frase, così semplice e potente, racchiude un’idea profonda di umiltà: la consapevolezza che anche i grandi possono sbagliare, che il percorso è fatto di ostacoli e che la vera forza sta nel rialzarsi, senza clamori.

O pensate a Katherine Johnson, la matematica della NASA che ha calcolato le traiettorie delle missioni Apollo. Per anni il suo lavoro è rimasto nell’ombra, eppure senza i suoi calcoli l’uomo non sarebbe mai arrivato sulla Luna. Quando le hanno chiesto come si sentisse a essere finalmente riconosciuta, ha risposto: “Facevo il mio lavoro e basta. Era quello che sapevo fare meglio”.

Un antico racconto popolare narra di un viaggiatore che, dopo un lungo cammino, giunse finalmente alle porte di una città leggendaria, famosa per la sua saggezza. L’unica porta d’ingresso era stranamente piccola e bassa. Per attraversarla, bisognava inchinarsi profondamente. All’inizio, il viaggiatore si sentì offeso. Era un uomo orgoglioso, abituato a camminare a testa alta. Ma non c’era altro modo. Così, con riluttanza, si chinò ed entrò. Una volta dentro, capì che quella porta non era una prova di debolezza, ma un insegnamento: per accogliere la saggezza, bisognava prima deporre l’orgoglio, riconoscere i propri limiti per aprirsi al nuovo.

La letteratura e il cinema sono pieni di personaggi umili che cambiano il mondo. Atticus Finch in “Il buio oltre la siepe” non si considera un eroe, eppure diventa il simbolo della giustizia. Forrest Gump attraversa la storia americana senza mai rendersi conto della sua importanza. Il giardiniere Chance in “Oltre il giardino” di Hal Ashby diventa consigliere presidenziale parlando semplicemente di piante e stagioni. Anche la musica ci ha regalato canzoni che parlano di umiltà senza nominarla: “The Sound of Silence” di Simon e Garfunkel racconta di chi ascolta invece di parlare, di chi sa stare nel silenzio senza riempirlo di parole inutili.

Viviamo nell’epoca dell’autoreferenzialità estrema. Tutti esperti di tutto, tutti pronti a dare consigli, tutti convinti di avere la verità in tasca. L’umiltà è diventata una parola da hashtag, svuotata di significato. Ma l’umiltà vera non ha bisogno di proclami, si vede nei gesti piccoli, nelle parole non dette, nell’ascolto autentico. Gli alberi più antichi crescono lentamente, in silenzio, senza fretta. Le viti centenarie producono meno uva ma di qualità superiore. La natura ci insegna che la grandezza vera non fa rumore, non si vanta, semplicemente è.

È da questa riflessione che nasce Viro Vino, un progetto che unisce due passioni: il vino e le parole. L’idea è raccontare le parole attraverso il vino, per capire meglio noi stessi e il mondo. Il vino non è il protagonista assoluto, ma un modo per entrare in contatto con le esperienze, le emozioni e le storie che le parole custodiscono. Perché le parole agiscono dentro di noi: conoscerne il senso ci aiuta a essere più lucidi, consapevoli e maturi. E quale vino può raccontare l’umiltà meglio del Catarratto?

Il Catarratto è il vitigno umile per eccellenza della Sicilia. Un’uva che per secoli è stata considerata di serie B, utilizzata principalmente per la produzione di massa, per i vini da taglio. Nessuno ne parlava, nessuno la celebrava. Era il vino del popolo, quello che si beveva nelle osterie di paese, quello che accompagnava i pasti semplici.

Ho sempre preferito chiamarla Catarratto, non Lucido come qualcuno vorrebbe. Perché Lucido suona come un tentativo di nobilitare, di rendere prezioso quello che è già perfetto nella sua semplicità. Catarratto viene dal greco katarraktês, cascata, acqua che scende. È un nome che parla di fluidità, di naturalezza, di qualcosa che scorre senza ostentazione.

Il Catarratto non pretende di essere un Barolo o uno Champagne. Non si mette in posa, non alza la voce. Ha il sapore della terra siciliana, del sole che brucia, del vento che porta il sale del mare. È un vino che sa di casa, di radici, di appartenenza. Quando lo bevi, non ti colpisce con una acidità pungente. Ti accoglie, ti abbraccia, ti fa sentire a casa. È come quella persona che non ha bisogno di gridare per farsi ascoltare, che non ha bisogno di maschere per essere interessante.

Negli ultimi anni alcuni produttori hanno iniziato a valorizzare il Catarratto, a trattarlo con il rispetto che merita. E il risultato è sorprendente: vini eleganti, freschi, territoriali. Ma questa riscoperta non ha cambiato l’anima del Catarratto. È rimasto umile, autentico, vero.

Bere un bicchiere di Catarratto è come ascoltare una conversazione tra amici veri, quelli che non hanno bisogno di impressionarti ma ti fanno stare bene solo con la loro presenza. È il vino perfetto per accompagnare le riflessioni serali, quando le maschere cadono e rimane solo l’essenza delle cose.

L’umiltà, come il Catarratto, non ha bisogno di presentazioni pompose. Si riconosce dal profumo, dal sapore, dalla sensazione che lascia. È la virtù di chi sa che la grandezza vera sta nella capacità di rimanere con i piedi per terra, anche quando si vola alto. In un mondo che urla, l’umiltà sussurra. In un mondo che si vanta, l’umiltà fa. In un mondo che giudica, l’umiltà comprende.

Viro Vino Podcast è disponibile su YouTube. Per seguire il progetto e scoprire nuove connessioni tra parole e vino, è possibile iscriversi al canale e partecipare alla community attraverso i commenti e le condivisioni.

Salvatore Pecorella

Salvatore Pecorella

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