Iniziamo senza giri di parole: parliamo della gente che rompe i coglioni sui social. Quella valanga di commenti che arriva ogni volta che condividi qualcosa, quell’esercito di esperti che sa tutto di tutto e ha sempre qualcosa da ridire. Ma dietro questa dinamica fastidiosa si nasconde una questione più profonda, che riguarda una parola antica e nobile: critica. Capire cosa significhi davvero fare critica può cambiarci la vita, perché non tutte le critiche sono uguali.
La parola “critica” viene dal greco krìnein, che significa separare, distinguere, scegliere. I greci antichi usavano questo verbo quando dovevano vagliare il grano dalla pula, quando dovevano distinguere il buono dal cattivo. La critica, nella sua essenza più pura, è l’arte del discernimento. Un’arte che oggi, nell’era dei social media, sembra essersi persa tra il rumore di fondo.
Umberto Eco, nel 2015, durante una laurea honoris causa all’Università di Torino, disse qualcosa che dovremmo tenere sempre a mente: “I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.” Eco non stava condannando la democratizzazione della comunicazione, ma evidenziando un problema: la confusione tra opinione e competenza, tra libertà di espressione e responsabilità.
Questa riflessione è al cuore di Viro Vino, un progetto nato dall’unione di due grandi passioni: il vino e le parole. Dopo vent’anni nel mondo del vino e una vita dedicata alle parole, ho scoperto che entrambi i linguaggi hanno qualcosa in comune: la capacità di creare mondi e racconti, di trasformare l’esperienza in qualcosa di più profondo. Le parole non solo descrivono, ma agiscono dentro di noi. Conoscerne il senso ci aiuta a essere più lucidi, consapevoli e maturi. Il vino, in questo percorso, non è il protagonista assoluto ma una chiave di lettura per entrare in contatto con le esperienze, le emozioni e le storie che le parole custodiscono.
Brené Brown, studiosa della vulnerabilità e del coraggio, sostiene che la critica più efficace è quella che viene da chi è “nell’arena” con te, cioè da chi sta facendo lo stesso lavoro o si sta mettendo in gioco allo stesso modo. Una critica costruttiva non è un giudizio dall’esterno, freddo e distaccato, ma un suggerimento da chi è lì con te, a sporcarsi le mani. Questo è il vero significato della critica come “distinguere” per migliorare.
Gino D’Acampo, chef italo-britannico amatissimo per i suoi show televisivi, nel 2019 decise di reinventare la pizza Margherita con una base di patate, pomodoro, mozzarella e basilico. Il web impazzì. Migliaia di commenti, da chi lo accusava di aver tradito la tradizione a chi gli ricordava, con toni più o meno educati, che la pizza ha delle regole ben precise. Eppure, Gino non aveva presentato il piatto come una classica Margherita, ma come una sua versione alternativa. La domanda è: ha senso trasformare la tradizione in un museo? O dovremmo lasciare spazio anche all’evoluzione, alla sperimentazione? La critica più costruttiva non è quella che dice “questo è sbagliato”, ma quella che si chiede: “e se provassimo a capire perché è diverso?”
Un amico libraio di Roma mi ha raccontato una storia ancora più emblematica. Durante il lockdown del 2020 aveva iniziato a fare dirette su Facebook per leggere libri ai bambini. Un giorno arrivò un commento feroce: “Ma chi ti credi di essere per fare l’attore? Leggi male, non sai interpretare, dovresti vergognarti”. L’uomo che aveva scritto quel commento non sapeva che il libraio, da giovane, aveva fatto il doppiatore per la RAI. Ma soprattutto non sapeva che quello stesso libraio, ogni sera, donava un’ora del suo tempo per far sentire meno soli i bambini chiusi in casa. Ecco la differenza. La critica vera, quella che viene dal krìnein greco, ti aiuta a crescere. Ti dice dove puoi migliorare, ti offre una prospettiva diversa, ti stimola a riflettere. L’altra è solo sfogo, il bisogno di esistere attraverso la negazione dell’altro.
Nel mondo del vino è molto raro trovare critici davvero disinteressati che fanno il proprio mestiere in maniera competente, onesta e senza chiedere nulla in cambio. Il vero critico del vino assaggia, studia, confronta, conosce i territori, le annate, le tecniche. Sa che una sua recensione può decretare il successo o il fallimento di un’azienda e si assume questa responsabilità con la serietà che merita. Ma quanti sono questi critici veri? E quanti invece sono quelli che scrivono per sentirsi importanti, per entrare senza pagare agli eventi, per ottenere bottiglie gratis? Ecco perché bisogna sempre fidarsi soprattutto del proprio gusto personale e della propria curiosità. Il palato non mente, i numeri a volte sì.
Aristotele diceva che la critica è l’arte di giudicare il valore di qualcosa. Ma giudicare non significa condannare. Significa valutare, soppesare, capire. La critica vera è generosa, perché riconosce il valore nell’altro anche quando non lo condivide. Pensate a Roberto Benigni che critica Dante. Non lo demolisce, lo celebra. Gli fa domande, lo interroga, lo mette in discussione, ma sempre con rispetto, sempre riconoscendone la grandezza. Quella è critica. Quella è krìnein.
E qui entra in gioco il Grecanico, un vitigno siciliano che porta nel nome la sua storia di contaminazione e rinascita. “Grecanico” significa “greco”, ma questo vino non è greco. È siciliano che ha abbracciato l’influenza greca, l’ha fatta sua, l’ha trasformata. Per anni è stato criticato, bistrattato, considerato un vitigno minore. I critici del vino lo liquidavano come “vino da taglio”, buono solo per essere mischiato con altri. Ma alcuni produttori siciliani hanno continuato a crederci. Hanno studiato, sperimentato, hanno separato il grano dalla pula, proprio come suggeriva l’etimologia di “critica”.
Oggi il Grecanico è rinato. Non è diventato un altro vino, è diventato sé stesso nella sua forma migliore. Fresco, sapido, con quella mineralità che parla della terra siciliana e quel carattere che racconta secoli di storia. Quando bevi un Grecanico fatto bene, senti la Sicilia. Senti il mare, senti il sole che non brucia ma accarezza. È un vino che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Non aggredisce, non costringe, non umilia. Ti invita a fermarti, ad assaporare, a capire. Esattamente come dovrebbe fare una critica onesta.
Il Grecanico, nella sua eleganza discreta, insegna che la critica più preziosa è quella che sa illuminare senza accecare. Quella che non stravolge, non impone la sua verità, ma aiuta a tirar fuori l’essenza delle cose. Quella che, invece di spegnere il fuoco, soffia dolcemente sulle braci per farle brillare.
La prossima volta che leggete un commento cattivo sui social, o che avete voglia di scriverne uno, fermatevi un attimo. Chiedetevi: sto facendo krìnein? Sto separando il grano dalla pula o sto solo facendo rumore? Sto costruendo una conversazione o mi sto sfogando? La critica vera è un regalo. È l’arte di aiutare le cose e le persone a diventare migliori. Tutto il resto è solo rumore.
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Salvatore Pecorella















