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Quando il vino diventa un maestro di presenza. Di Salvatore Pecorella

Redazione by Redazione
Gennaio 14, 2026
in Cultura, Viro Vino
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Quando il vino diventa un maestro di presenza. Di Salvatore Pecorella
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Dopo la pausa delle feste natalizie, la rubrica Viro Vino torna con il suo primo appuntamento del 2026. Buon anno a tutti voi, lettori de LoScribo.it. E quale modo migliore per inaugurare questo nuovo anno se non con una parola che racchiude in sé la promessa di vivere meglio ogni momento? Nei prossimi mesi questa rubrica vi riserverà belle sorprese, ma intanto cominciamo da qui, da una parola che può cambiare il nostro rapporto con tutto ciò che ci circonda.

Capita a tutti, almeno una volta, di bere un bicchiere di vino senza nemmeno accorgersene. Lo versiamo, lo portiamo alle labbra, lo finiamo. E poi? Niente. Il bicchiere è vuoto, ma non abbiamo davvero bevuto. Eravamo altrove: nei pensieri della giornata, nelle preoccupazioni di domani, nelle notifiche del telefono. Eppure quel vino aveva una storia da raccontare, un territorio da far conoscere, un momento da offrire. L’abbiamo perso, semplicemente perché non eravamo lì.

Questa è la vita vissuta in automatico. E la parola che può cambiare tutto si chiama consapevolezza.

La consapevolezza la sentiamo ovunque, sui social, nei libri che affollano le librerie, negli articoli che promettono il benessere istantaneo. Eppure fermiamoci davvero un attimo a ragionarci sopra. Cosa significa essere consapevoli? Nel linguaggio comune indica la capacità di rendersi conto di qualcosa, di avere piena cognizione di ciò che ci circonda e di ciò che facciamo, essere presenti a noi stessi nel momento in cui viviamo un’esperienza. Quando diciamo “sono consapevole di quello che faccio”, stiamo dichiarando di avere il controllo sulla nostra azione, di non essere vittime dell’impulso o dell’abitudine.

La parola deriva da “consapere”, un verbo latino composto da “cum” e “sapere”. Letteralmente: “sapere insieme”, “sapere con qualcuno”. Con chi, però? Con noi stessi. È un sapere condiviso con la propria coscienza, un sapere che non è solo intellettuale ma che coinvolge tutto il nostro essere. Il prefisso “cum” in latino indica compagnia, unione, condivisione. Quando siamo consapevoli, abbiamo un testimone interno che osserva, valuta, partecipa. Un testimone che non giudica ma che semplicemente vede. E il latino “sapere” aveva un significato più ampio di quello moderno. Conteneva il sapore della saggezza, del gusto, dell’esperienza diretta. Sapere era gustare la vita, non solo comprenderla. Ecco perché questa parola si sposa così bene con il mondo del vino.

C’è un dettaglio curioso che vale la pena condividere. La parola “consapevolezza” nel senso moderno è relativamente giovane nella nostra lingua. Fino all’Ottocento si usava più spesso l’aggettivo “consapevole”, mentre il sostantivo ha preso piede nel Novecento, quando la psicologia ha iniziato a studiare la coscienza come fenomeno separato. I primi traduttori di testi di filosofia orientale, all’inizio del Novecento, faticarono parecchio a trovare un equivalente italiano per il concetto di mindfulness. Provarono con “attenzione”, poi con “presenza mentale”, finché approdarono a “consapevolezza”, che sembrava catturare meglio l’idea di una conoscenza che coinvolge tutto l’essere.

Ogni cultura ha declinato questo concetto a modo suo. In giapponese la parola “kokoro” unisce mente, cuore e spirito in un’unica dimensione. Per i giapponesi, essere consapevoli significa coinvolgere tutto il proprio essere, non solo la mente. Lo si vede nella loro cultura del tè, dove ogni gesto è fatto con presenza totale. Gli antichi greci distinguevano tra “epistème”, la conoscenza razionale, e “phronèsis”, la saggezza pratica. La consapevolezza si avvicina di più alla seconda: non è solo sapere qualcosa, ma saperla applicare nella vita quotidiana.

Viro Vino nasce proprio da qui, dall’unione di due passioni che sembrano distanti ma che in realtà dialogano costantemente: il vino e le parole. Dopo vent’anni passati nel mondo del vino e una vita dedicata alle parole, questo progetto esplora le connessioni tra questi due linguaggi. Ogni parola viene analizzata da diversi punti di vista – linguistico, storico, musicale, cinematografico, filosofico – e poi collegata al vino. Perché le parole non solo descrivono, ma creano mondi e racconti, trasformando il vino in un’esperienza culturale, sensoriale e personale. “Viro” significa cambiare rotta, aprirsi a nuove prospettive, scoprire storie inaspettate. E il vino, in questo viaggio, non è il protagonista assoluto ma un modo per entrare in contatto con le esperienze, le emozioni e le storie che le parole custodiscono.

Il vino, infatti, è uno dei pochi piaceri che ci obbliga a rallentare, a essere presenti. Non si può gustare un vino di fretta. Non si può apprezzarlo senza prestare attenzione. Quando apriamo una bottiglia, comincia un rituale che richiede presenza. Osserviamo l’etichetta, la leggiamo attentamente, sentiamo il suono del tappo che si stacca, annusiamo il profumo che sale dal bicchiere. Ogni fase ci chiede di essere lì, completamente. Il vino è un maestro naturale di mindfulness. Ci insegna a usare tutti i sensi. La vista per osservare il colore, l’olfatto per catturare i profumi, il gusto per decifrare i sapori, il tatto per sentire la temperatura e la consistenza. E poi c’è l’udito: il suono del vino che si versa, il tintinnio dei bicchieri. Scegliere consapevolmente un vino significa conoscere i nostri gusti, le nostre preferenze, i nostri limiti. Non farsi trascinare dalla moda o dal prezzo, ma scegliere in base a quello che davvero vogliamo vivere. Una scelta consapevole parte dal momento giusto. Quando abbiamo tempo per gustarlo, quando siamo nelle condizioni fisiche e mentali per apprezzarlo. Non ha senso bere un grande vino quando siamo stanchi, stressati o distratti. Sarebbe come ascoltare una sinfonia con le cuffie rotte.

Consapevolezza significa conoscere la differenza tra un vino industriale e uno artigianale, tra un vino giovane e uno maturo, tra un vino che accompagna e uno che diventa protagonista. Significa sapere che ogni vino ha la sua storia, il suo territorio, la sua personalità. Bere consapevolmente non significa bere meno, ma bere meglio. Trasformare ogni sorso in un momento di presenza, di connessione con noi stessi e con quello che stiamo vivendo. Si comincia dal bicchiere vuoto. Lo osserviamo, sentiamo il suo peso, la sua forma. Poi versiamo il vino lentamente, osservando il movimento del liquido, ascoltando il suono che fa.

Il primo contatto è con l’olfatto. Avviciniamo il naso al bicchiere e inspiriamo lentamente. Non cerchiamo subito di identificare i profumi, lasciamo che ci arrivino. Sono note fruttate? Speziate? Floreali? Non serve avere un vocabolario sofisticato, serve solo essere presenti. Poi arriva il momento dell’assaggio. Il primo sorso è sempre di conoscenza. Lo facciamo girare in bocca, sentiamo la temperatura, l’acidità, la dolcezza, i tannini. Il vino si presenta a noi e noi ci presentiamo al vino. Il piacere nasce dalla complessità del vino. A differenza di altre bevande, cambia continuamente. Cambia nel bicchiere mentre lo beviamo, cambia con la temperatura, cambia con il cibo che lo accompagna. È un piacere dinamico che richiede attenzione per essere colto. Ma c’è anche la dimensione sociale. Condivisione, conversazione, convivialità. Quando beviamo vino con gli altri, creiamo un momento di comunione. Il vino abbassa le difese, facilita le relazioni, rende più autentici i rapporti.

La consapevolezza apre possibilità nuove anche nella quotidianità. Non serve aspettare la grande occasione. Un bicchiere di vino può diventare una pausa meditativa alla fine di una giornata intensa. Cinque minuti seduti in poltrona, con un bicchiere e nessuna distrazione. Solo noi, il vino e il momento presente. Oppure possiamo usarlo come ponte tra generazioni. Aprire una bottiglia con i nostri genitori o con i nostri figli maggiorenni e lasciare che il vino apra conversazioni che altrimenti non avremmo mai fatto. Il vino può diventare anche un modo per esplorare il mondo senza muoversi da casa. Ogni bottiglia è un viaggio. Un Chianti ci porta in Toscana, uno Champagne in Francia, un Riesling in Germania.

C’è un aspetto della consapevolezza che spesso trascuriamo: la riflessione. Il vino può diventare un compagno perfetto per questi momenti. Non parlo di bere per dimenticare, ma di bere per ricordare. Per ricordare chi siamo, cosa vogliamo, cosa abbiamo vissuto. Un bicchiere può accompagnare una serata di lettura, un momento di scrittura, una conversazione profonda con noi stessi. Il vino rallenta i pensieri, li rende più fluidi, più accessibili. Stasera, tornando a casa, provate un piccolo esperimento. Prendete un bicchiere di vino. Non importa quale, può essere anche un vino semplice. Sedetevi in un posto tranquillo, spegnete il telefono e dedicate dieci minuti solo a quel bicchiere. Osservatelo, annusatelo, assaggiatelo. Ma soprattutto, osservate voi stessi mentre lo fate. Notate i vostri pensieri, le vostre sensazioni, le vostre emozioni. Questo è bere consapevolmente. Questo è trasformare un semplice bicchiere di vino in un momento di presenza.

Se questo esperimento vi piacerà, se scoprirete che essere consapevoli rende tutto più intenso e più piacevole, allora avrete capito perché le parole agiscono dentro di noi: conoscerne il senso ci aiuta a essere più lucidi, consapevoli e maturi. Perché la vita, in fondo, è troppo breve per bere vino senza consapevolezza.

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