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Tra poesia e vita. Intervista impossibile a Irene Marusso. Di Giacomo Cuttone

Redazione by Redazione
Marzo 21, 2026
in Cultura, Le interviste impossibili
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Tra poesia e vita. Intervista impossibile a Irene Marusso. Di Giacomo Cuttone
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Ripercorrere la vita e l’opera di Irene Marusso (al secolo Irene Marrone Russo) significa entrare nel cuore della Sicilia occidentale del Novecento. Poetessa, narratrice, giornalista e insegnante, Marusso ha saputo raccontare il dolore e la bellezza dell’esistenza con uno stile lirico, intenso e al contempo attento alla realtà sociale. Questa “intervista impossibile” è un dialogo immaginario con la scrittrice, che ci permette di ascoltare la sua voce, i suoi pensieri e le sue emozioni come se fosse qui, accanto a noi.

D: Lei nasce a Mazara del Vallo il 27 agosto 1913. Quanto ha influito la sua città natale sulla sua scrittura?

R: Mazara del Vallo è il mio primo universo. Il fiume Mazaro, le strade, la gente: tutto questo ha plasmato la mia sensibilità. La mia poesia e la mia narrativa nascono dall’osservazione attenta di una realtà fatta di piccole tragedie e grandi emozioni quotidiane. Il Mediterraneo, con la sua storia e le sue contraddizioni, permea ogni mia immagine.

 

D: Ha iniziato come insegnante nelle scuole elementari. Come conciliava la vita da educatrice con quella di scrittrice e giornalista?

R: La scuola è stata una palestra di osservazione. Ogni bambino, ogni famiglia, ogni episodio quotidiano era uno stimolo letterario. In classe imparavo disciplina e pazienza; fuori dalle mura scolastiche liberavo la fantasia. Scrivevo quando la vita mi colpiva con una nuova emozione o quando un fatto sociale mi scuoteva.

 

D: I suoi primi lavori, Clessidra e Uomini al sole, segnano gli esordi della sua carriera. Quali ricordi conserva di quei tempi?

R: Ricordo entusiasmo e meraviglia. Ogni parola era una sfida, ogni poesia un’esperienza nuova. Clessidra fu la mia prima voce; Uomini al sole un’osservazione attenta della vita semplice, dei pescatori e delle piccole comunità.

 

D: La sua attività giornalistica è stata intensa. Quali temi l’hanno più coinvolta?

R: Politica, società, economia: la realtà mi interessava quanto la poesia. Mi muovevo tra cronaca e lirismo, cercando sempre di dare voce a chi non aveva voce. La Sicilia, con le sue contraddizioni, era un laboratorio continuo.

 

D: Il critico Giorgio Barberi Squarotti definì Annotazioni un punto di svolta nella sua poetica. Come visse la selezione per il Premio Viareggio del 1976?

R: Con umiltà e sorpresa. Annotazioni raccoglieva istantanee dell’anima, sensazioni tratte dal quotidiano e dai ricordi. Non scrivevo per i premi, ma vedere la mia visione poetica riconosciuta da un pubblico più vasto fu una grande gioia.

 

D: Nei suoi romanzi, come Una moglie frigida, Umanità alla sbarra e Un uomo per una folle speranza, emerge una trilogia del malessere. Cosa la ispirava?

R: L’inquietudine umana, il dolore, la paura della morte, ma anche la speranza. La vita quotidiana è un alternarsi di gioia e sofferenza, attese e delusioni. Mi interessava raccontare questo fragile equilibrio, senza indulgere in retorica, ma con la sincerità di chi osserva.

 

D: La sua poesia affronta spesso nascita, vita e morte. Perché questi temi ricorrenti?

R: Sono l’essenza della nostra esperienza. La nascita è trauma e meraviglia, la vita è l’intreccio di emozioni, la morte custodisce la memoria di ciò che è stato. Scrivere di questo mi permette di conoscere la mia geografia interiore, come diceva Walter Benjamin, e di condividerla con gli altri.

 

D: Ha trattato anche temi civili e sociali: guerra, povertà, immigrazione, omosessualità, droga. Come concilia lirismo e impegno civile?

R: Poesia e narrativa devono essere strumenti di empatia. Non mi limito a denunciare: osservo, ascolto, comprendo. La scrittura diventa ponte tra sensibilità individuale e realtà collettiva, senza giudizi morali imposti.

 

D: Alcuni critici parlano di un pessimismo cosmico nella sua opera. Lei come lo definirebbe?

R: Non è pessimismo fine a sé stesso. C’è sempre un equilibrio tra dolore e gioia, tra morte e vita, tra finito e infinito. È una poetica di resilienza: il dolore esiste, ma la speranza è possibile, anche timida e fragile.

 

D: La sua ultima opera, Metensomàtosis, è stata definita una consacrazione della sua maturità artistica. Come la vede oggi?

R: La vedo come un bilancio della trasformazione, della capacità di rinnovarsi e rigenerarsi. La scrittura mi ha permesso di attraversare la vita senza perdermi, di dare ordine ai ricordi e di lasciare un segno autentico, piccolo ma vero, di bellezza e verità.

 

D: Cosa ha provato nel sapere che l’edizione 2025 del Concorso Internazionale “Premio Mazara Narrativa e Poesia” è stata dedicata a lei?

R: È stato un onore profondo: vedere il proprio nome legato a un premio significa affidare la propria voce al futuro.

Rileggere la vita e le opere di Irene Marusso significa scoprire una scrittura autentica, capace di attraversare la realtà con uno sguardo poetico e civile insieme. Ha trasformato la propria esperienza in memoria condivisa, offrendo al lettore lirismo vibrante e attenzione alle contraddizioni e alle bellezze del mondo. La sua voce continua a risuonare come esempio di impegno, sensibilità e amore per la letteratura.

Giacomo Cuttone

La foto: Irene Marusso (al centro) da Trapani Nostra

Redazione

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