Dell’artista settecentesco Tommaso Maria Sciacca (Mazara del Vallo, 1734 – Lendinara, 2 maggio 1795), fino a non molto tempo fa, si conosceva ben poco. Oggi, grazie a ricerche più approfondite, il suo profilo storico e artistico si presenta più definito, anche se molto resta ancora da indagare. Il primo a tracciarne un abbozzo biografico fu lo studioso castelvetranese Giovan Battista Ferrigno, che nel 1930, sulle pagine del settimanale marsalese Il Vomere, ne ricostruì alcune vicende. Successivamente, contributi di Giuseppe Basile e Alberto Rizzo Marino hanno arricchito in modo significativo la conoscenza dell’artista.
È noto che il padre si chiamava Giovanni e la madre Vincenza; un fratello, Giacomo, fu canonico della Cattedrale e insegnante nel Seminario. Tra settembre e dicembre del 1765 Sciacca è documentato a Palermo, dove si formò nella bottega di Gaspare Serenari, decoratore fastoso e molto attivo in chiese e palazzi tra Palermo e Roma. Nella capitale, Sciacca fu poi allievo di Agostino Masucci, rappresentante dell’accademismo arcadico, e frequentò l’ambiente di Mariano Rossi di Sciacca, definito “antibarocco” da Bernard Berenson. Lavorò inoltre come aiuto nella bottega di Antonio Cavallucci, interprete di un barocco tardivo influenzato dal gusto nordeuropeo.
Gli anni romani furono difficili: “perseguitato dall’avversa fortuna”, Sciacca non riuscì a sollevarsi dalla miseria, pur godendo della stima di Cavallucci, che si avvalse spesso dei suoi abbozzi. Uomo di costumi esemplari e profondamente religioso, trovava sollievo nella matematica, disciplina in cui era particolarmente versato. Attorno al 1759 soggiornò anche a Genova, dove era conosciuto come il Mazariello e dove le sue opere, pubbliche e private, sembrano essere state numerose.
Nel 1766 è nuovamente a Mazara; nel 1786 e 1792 torna a Roma, dove sposa Chiara Pannaria, figlia del pittore palermitano Matteo. Proprio nel 1792 si reca in Polonia, a Petrykozy, per realizzare opere nella chiesa parrocchiale, su commissione di Stanisław Małachowski, uno dei firmatari della Costituzione polacca del 3 maggio 1791. Nel 1794 si trova nel Polesine – a Rovigo, Lendinara e Villanova del Ghebbo – introdotto dall’abate Anton Maria Griffi. Muore improvvisamente il 2 maggio 1795 a Lendinara, mentre stava per iniziare gli affreschi della cupola del Duomo di Santa Sofia, dedicati al “Trionfo della Chiesa”. L’opera fu portata avanti da Giorgio Anselmi, che, attenendosi al bozzetto di Sciacca, morì tragicamente cadendo dall’impalcatura prima di concluderne l’esecuzione.
Tommaso Maria Sciacca può essere considerato il primo artista mazarese con un ruolo di rilievo nel panorama artistico nazionale e internazionale. In vita, infatti, godeva di buona fama e le sue opere erano apprezzate per la ricchezza cromatica, il vivace gusto delle tinte, la padronanza del chiaroscuro e una composizione talvolta macchinosa ma sempre elegante. Fu inoltre tra i rarissimi artisti non veneziani – e l’unico siciliano del Settecento – a cogliere il valore innovativo della lezione formale di Sebastiano Ricci, soprattutto nella resa luminosa della pittura. Tale influsso, evidente nelle opere mazaresi, non riuscì tuttavia a imporsi nell’ambiente romano dominato dal gusto classicheggiante, riaffiorando invece nel Veneto, verso la fine della carriera.
Nonostante la sua attività fosse ampia, Sciacca firmò soltanto tre tele. Gli autori a lui contemporanei ne riconobbero ventitré; nel 1968 Basile ne individuò ventiquattro, alcune in condizioni quasi illeggibili. A oggi, le opere attribuite al pittore sono almeno quarantacinque, oltre ad altre individuate successivamente a Genova e in Polonia. Sciacca lavorò in Sicilia, Roma, Genova, Veneto e Polonia.
A Palermo, in gioventù, affrescò alcune cappelle della chiesa di San Francesco Saverio. A Genova dipinse il Ritratto del cardinale Gerolamo Spinola (1759), oggi nella Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, nonché La supplica, per anni esposta accanto a un Rubens. A Mazara, nel 1766, realizzò nella chiesa di San Michele gli affreschi della “Strage degli innocenti” e soprattutto il monumentale “Trionfo di San Michele sopra Lucifero”, celebre per l’effetto plastico della figura diabolica che sembra emergere dalla superficie dipinta. Decorò anche la chiesa di San Calcedonio (detta del Purgatorio) e la sacrestia della Cattedrale con l’ovale dei “Santi Vito, Modesto e Crescenza”.
Tra il 1768 e il 1769, a Enna, eseguì la pala dell’Immacolata per la chiesa di San Marco; nel 1769 realizzò il Ritratto di Clemente XIV per la chiesa di San Francesco d’Assisi a Trapani. A Roma dipinse tele d’altare per Subiaco e per l’ospedale di Santo Spirito; nel 1784 eseguì la Maddalena in casa del Fariseo per la chiesa ravennate della Maddalena. Nel 1782 affrescò alcuni ambienti di Palazzo Ruspoli, uno dei centri mondani più importanti della Roma del tempo.
In Polonia, nella chiesa di Santa Dorotea a Petrykozy, eseguì tre opere – Santa Dorotea, Angeli Custodi e Madonna con Bambino – probabilmente commissionate da Małachowski durante un suo soggiorno romano.
Negli ultimi anni, in Polesine, lasciò numerosi lavori: a Lendinara (convento e chiesa del Pilastrello), a Rovigo (tra cui Santo Stefano che battezza Lucilla nel Duomo e L’apparizione della Vergine a San Carlo Borromeo in San Bartolomeo), e nella chiesa di San Michele Arcangelo di Villanova del Ghebbo, con un San Michele sull’altare e un’Ultima Cena nell’abside. Il Brandolese ricorda con enfasi il suo ultimo incarico, la decorazione della crociera del Duomo di Santa Sofia, interrotta dalla morte improvvisa proprio mentre “incominciava a risorgere dall’antica indigenza”.
Oggi è possibile ammirare cinque opere attribuite o certe di Sciacca presso la Pinacoteca Civica di Palazzo dell’Arengo ad Ascoli Piceno, tra cui l’“Apparizione della Madonna a Santa Francesca Romana”, “S. Francesca Romana”, la “Madonna con Bambino con Sant’Anna, San Giovannino e Sant’Elisabetta”, “S. Francesca Romana ha la visione del suo angelo custode” e la “Crocifissione di Cristo”.
È auspicabile che Mazara del Vallo celebri finalmente questo grande artista, a lungo dimenticato, che ha saputo dare lustro alla sua città ben oltre i confini regionali e nazionali.
Giacomo Cuttone
Foto: Il Trionfo di San Michele (1766), affresco sulla volta della navata della Chiesa di San Michele, Mazara del Vallo



















