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Dialoghi scultorei. Intervista impossibile a San Vito Martire. Di Giacomo Cuttone

Redazione by Redazione
Aprile 3, 2026
in Cultura, Le interviste impossibili
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Dialoghi scultorei. Intervista impossibile a San Vito Martire. Di Giacomo Cuttone
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A Mazara del Vallo il patrono non è solo una figura devozionale: è un coinquilino urbano. Abita la piazza, presidia la nicchia, vigila il porto canale, ascolta tutto: dai proclami solenni alle lamentele sul parcheggio. In Piazza della Repubblica troneggia il San Vito settecentesco di Ignazio Marabitti: torsione barocca, panneggio svolazzante, cani vigili e sguardo da “so cose”. Poco più in là, sulla facciata della Chiesa di San Vito in Urbe, si staglia il San Vito giovanile di Pietro Consagra: più asciutto, più concentrato, meno teatro e più concetto. E più in là ancora, all’ingresso del porto canale, il San Vito di Filippo Pennino (?): sentinella sul mare, tra vento salmastro e partenze senza promessa di ritorno.

Li abbiamo immaginati insieme.

D: Buongiorno, San Vito. Anzi, buongiorno a tutti e tre.

San Vito di Marabitti: Buongiorno dalla piazza! Io vedo tutto: mercati improvvisati, comizi sotto i lampioni, dichiarazioni d’amore tipo telenovela latinoamericana. Ho più gossip io di tutti i gruppi WhatsApp della città.

San Vito di Consagra: Io saluto dall’alto. Modalità “filosofo su Instagram”: guardo, penso, scrollo. Se vuoi il selfie perfetto, devi sudare… e magari allungare un po’il collo.

San Vito del Pennino: Io invece saluto dal porto. Vedo chi parte e chi torna, chi promette di scrivere e chi non lo farà. Altro che gossip: io colleziono addii.

D: Parliamo del vostro look.

Marabitti: Barocco da Oscar. Pieghe che sfidano la fisica, sguardo drammatico, panneggio svolazzante. Se fossi umano, avrei già aperto un canale YouTube: “Presenza scenica in tre mosse”.

Consagra: Minimal-chic, anteprima del futuro. Linee raccolte, energia trattenuta. Se lui è un festival di fuochi d’artificio, io sono un video in dissolvenza al tramonto.

Pennino: Io sto nel mezzo: realismo con dignità ottocentesca. Niente effetti speciali, solo postura solida. Il vento mi pettina gratis, ogni giorno.

D: E la conchiglia?

Marabitti: La mia conchiglia è la piazza: un abbraccio aperto, scenografico. Qui nasce la città.

Consagra: Una forma pura, raccolta. Custodisce lo spazio e lo lascia respirare, senza rumore.

Pennino: Per me è il mare autentico. Non allegoria ma orizzonte reale: il sale incide la pietra e insegna che la fede, come chi naviga, cresce tra le onde.

D: I cani vi accompagnano. Strategia social?

Marabitti: Iconografia classica, certo… ma anche marketing: un santo con i cani ottiene like spontanei.

Consagra: Segno essenziale, certo. Ma se ci sono un motivo c’è: fanno la guardia ai pericoli, tengono d’occhio i raccolti e ricordano che la fedeltà, prima di essere un dogma, è una questione di fiuto.

Pennino: I miei cani non cercano like. Tengono compagnia alle banchine. Sanno distinguere un forestiero da uno che torna.

D: Nessuna paletta per raccogliere i bisogni? Vi comportate come i mazaresi.

Marabitti: Sono un mazarese in versione “Palermo Style”. Che vuoi?

Consagra: Io sorveglio le coscienze, mica il marciapiede.

Pennino: Io sto al porto: lì i bisogni sono altri. Pane, lavoro, futuro. Le banchine insegnano priorità.

D: Che rapporto avete con i mazaresi?

Marabitti: Sono Google Maps umano: “Ci vediamo sotto San Vito”. Ho visto più fidanzamenti, esami e cambiali io che un notaio.

Consagra: Sono la versione art-star del patrono. Meno selfie, più meditazione. Chi mi nota si ferma e pensa: “Questo è concetto puro”.

Pennino: Io sono il punto d’orizzonte. Quando uno torna, la prima cosa che cerca è il profilo del porto. E se mi riconosce, capisce di essere a casa.

D: Vi sentite in competizione?

Marabitti: Competizione? Ho tre secoli di piazza. Ho visto mode, governi e tagli di capelli passare. La mia torsione dice: “Io sono il boss”.

Consagra: Io sono modernità incarnata. Loro raccontano storie, io creo identità. Mazara è la nostra campagna pubblicitaria: prima, durante e dopo nella stessa foto.

Pennino: Io sono la pausa tra le due epoche. Senza di me, il dialogo avrebbe meno profondità. Tengo insieme la piazza e il mare.

D: Se la tua ricorrenza cade il 15 giugno, perché il Festino viene celebrato nella penultima settimana di agosto? È uno, nessuno o centomila?

Marabitti, Pennino & Consagra: Il pubblico non è il punto. Il vero Festino è la città stessa: i passi, gli sguardi distratti, le storie di ogni giorno. Epoche diverse che si incrociano in silenzio, mentre il mare accompagna tutto con un applauso lieve.

D: La presenza della compatrona, la Madonna del Paradiso, crea qualche attrito tra voi?

Marabitti: Attriti? Mazara sa fare più cose insieme. Io sto tra la gente: piazza, mercato, chiacchiere sotto i lampioni. Lei custodisce l’anima. Io governo il movimento, lei il silenzio.

Consagra: Sarebbe come mettere in competizione la terra con il cielo. Noi siamo materia; lei è visione. Senza quella nota alta, la musica resterebbe incompleta.

Pennino: Dal porto la vedo come una stella fissa. Noi siamo sculture; lei è rotta. Indica la direzione quando il mare si fa scuro.

Tre sculture, tre epoche, tre linguaggi. Una abbraccia la città con la teatralità del Settecento; una la interroga con l’intensità del Novecento; una la veglia tra mare e memoria.

Forse il vero patrono non è soltanto il martire con i cani, ma il dialogo costante tra materia e tempo. Un dialogo che si rinnova ogni giorno, tra il sole siciliano e gli sguardi distratti – mentre loro, immobili, continuano a osservare e commentare, in silenzio, ma con stile.

Eppure, c’è una nota stonata: nessuno dei tre riceve le cure che meriterebbe. Il vento consuma, la salsedine incide, lo smog opacizza. I patroni vegliano sulla città; la città, talvolta, dimentica di vegliare su di loro.

Giacomo Cuttone

La foto: San Vito del Marabitti da www.turismo.trapani.it, quella di Consagra da Mazara forever e quella del Pennino da Mazara storica.

Redazione

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