Affacciato sul Mediterraneo con l’aria di chi ne ha viste parecchie (e ne ha pure subite), il Milite Ignoto di Mazara del Vallo è forse l’unico monumento italiano con un curriculum da logistica militare. Nato per ricordare 288 caduti della Prima Guerra Mondiale, smontato, fuso, disperso e infine “riavviato”, oggi concede un’intervista senza troppe cerimonie. E con una certa ruggine polemica.
D: Milite Ignoto, com’è rappresentare 288 mazaresi caduti nella Grande Guerra?
R: Guardi, “ignoto” sarò io, ma loro avevano nomi, storie e qualcuno che li aspettava a casa. Io sono qui a fare da portavoce… anche se, a conti fatti, mi hanno fatto fare più trasferte di un colonnello. Altro che simbolo immobile: ero una statua con l’abbonamento ai traslochi.
D: Lei nasce grazie a un comitato presieduto dal canonico Giuseppe Severino.
R: Uno che oggi chiameremmo “uomo del fare”. Fondava ospizi, presiedeva associazioni… insomma, multitasking ante litteram. Lui mi voleva austero, eterno e soprattutto fermo. Diciamo che sull’eternità ci stiamo lavorando. Sull’immobilità… meno.
D: A scolpirla fu il saccense Vincenzo Bentivegna, artista dalla cifra stilistica riconoscibile, capace di coniugare solidità formale e sensibilità espressiva. La sua produzione gli valse un posto di rilievo nel panorama artistico italiano del primo Novecento.
R: Un artista serio, con la mano sicura e il gusto per la forma classica, ma anche attento al lato umano dei suoi soggetti. Non realizzava semplicemente statue: cercava di raccontare persone. E infatti io non ero soltanto bronzo… ero carattere, presenza, atteggiamento. Lavorava tra Roma e numerose committenze borghesi, tra mostre, monumenti e ritratti. Una vita intensa, anche se meno movimentata della mia. Io, almeno, sono stato rifuso. Lui, poveretto, no.
D: Poi arriva la Seconda Guerra Mondiale…
R: E qualcuno mi guarda e pensa: “Bel materiale. Sai quanti cannoni?” Da simbolo di memoria a riserva strategica. Un attimo prima commemoravo, un attimo dopo ero materia prima. Mi hanno smontato senza tanti complimenti. Poi via, nel crogiolo.
D: È vero che è stato portato a Sciacca?
R: Così pare. Trasferimento “strategico”. Destinazione: Sciacca. Poi il nulla. Sparito. Dissolto. Da Milite Ignoto a Statua Irreperibile. Se esistesse un ufficio oggetti smarriti per monumenti, avrei una tessera gold.
D: Oggi però c’è una nuova statua.
R: Certo, il ritorno! Versione aggiornata, potremmo dire. Nuova fusione, stessa missione. Un restyling con più consapevolezza storica e meno rischio di finire in artiglieria.
D: Opera dello scultore mazarese Disma Tumminello.
R: Esatto. Uno di casa, ma con lo sguardo lungo. Formazione a Palermo, carriera tra insegnamento e bottega, uno che non si limitava a scolpire: educava lo sguardo.
Il suo stile? Più moderno, meno accademico, più tensione interna che posa celebrativa. Dove Bentivegna mi aveva dato la compostezza, lui mi ha dato una seconda occasione. E anche un po’ di movimento, che dopo tutte quelle traversie non guasta.
D: Come ci si sente a essere “rifatto”?
R: Non capita a tutti di avere una seconda inaugurazione ufficiale. Diciamo che sono una specie di ripartenza storica. L’importante è che qualcuno, passando, si fermi. Anche solo per leggere un nome. Anche solo per ricordare perché sono qui.
In fondo, la sua storia è una sintesi piuttosto italiana: grandi ideali, emergenze improvvise, sparizioni inspiegabili e ritorni in scena degni di un finale teatrale. Il Milite Ignoto ha cambiato forma, fusione e persino versione. Ma non quei 288 nomi. Perché le statue, in questo Paese, possono anche finire in magazzino. La memoria, almeno quella, dovrebbe avere il divieto di trasloco.
Giacomo Cuttone
La foto: da Mazara forever















