La presidente dell’Assemblea provinciale critica duramente il metodo organizzativo del partito e la gestione della Festa dell’Unità. Nel mirino le decisioni assunte da una ristretta cerchia, il mancato coinvolgimento degli organismi collegiali e una partecipazione che, secondo Villabuona, sarebbe stata svuotata di significato. E spunta anche l’ipotesi delle dimissioni.
Una lettera dai toni duri, che va ben oltre la polemica sull’organizzazione della Festa dell’Unità provinciale e investe direttamente il metodo di gestione del Partito Democratico trapanese. Valentina Villabuona, presidente dell’Assemblea provinciale del PD di Trapani, rompe il silenzio e affida a una lunga presa di posizione pubblica le ragioni della sua mancata partecipazione alla manifestazione, denunciando una gestione che, a suo giudizio, avrebbe progressivamente ridotto gli spazi di confronto e il ruolo degli organismi democratici del partito.
Al centro della contestazione non c’è soltanto il programma della Festa, ma una questione politica più profonda: il funzionamento interno del PD, il coinvolgimento degli iscritti e la distanza tra l’immagine di unità proposta all’esterno e le dinamiche che, secondo la presidente, caratterizzerebbero la vita del partito.
Villabuona chiarisce di aver inizialmente preferito non intervenire pubblicamente, nella convinzione che le criticità dovessero essere affrontate nelle sedi interne. A spingerla a rendere pubbliche le proprie ragioni sarebbe stata, però, la scelta di inserirla nel comunicato stampa provinciale, attribuendole il compito di presentare il programma della Festa nonostante avesse già comunicato la propria indisponibilità a partecipare, proprio per il dissenso sul metodo e sui contenuti.
Una circostanza che la presidente definisce una forzatura e che diventa il punto di partenza di una critica articolata, destinata a toccare gli equilibri politici interni e il percorso unitario costruito durante l’ultimo congresso.
Ecco il testo integrale della lettera:
Avrei preferito non esprimere pubblicamente il mio giudizio sull’organizzazione della Festa dell’Unità provinciale e, più in generale, sulla gestione del Partito Democratico. Ho sempre cercato di affrontare le criticità nelle sedi interne, per rispetto di una comunità politica alla quale tengo profondamente.
Tuttavia, ritrovarmi inserita nel comunicato stampa del PD provinciale, addirittura con il compito di presentare il programma della Festa, nonostante avessi già comunicato chiaramente la mia decisione di non partecipare non condividendone metodo e contenuti, è una forzatura che, con rammarico, mi costringe a rendere pubbliche le ragioni della mia scelta.
Non intendo, ancora una volta, prestare il mio volto alla rappresentazione di un’unità che non esiste nei fatti, ma che fa comodo raccontare all’esterno.
Il problema non è soltanto una Festa organizzata da pochi, con un programma già confezionato e senza coinvolgere gli organismi collegiali del partito. È un metodo di gestione nel quale le decisioni vengono assunte da una ristretta cerchia e agli altri viene chiesto di condividerle o semplicemente rappresentarle. Un metodo che svuota la partecipazione e allontana il PD dalle persone e dai problemi reali dei territori.
Un ringraziamento sincero va alle volontarie e ai volontari che, ancora una volta, metteranno a disposizione tempo ed energie per la riuscita della Festa. Persone che continuano a credere nel partito e a impegnarsi con generosità, troppo spesso senza essere coinvolte nelle scelte.
Una Festa dell’Unità dovrebbe essere un’occasione di apertura alla società, di ascolto e di confronto sui problemi che attraversano le nostre comunità: dal caro vita alla sanità pubblica, dal lavoro precario all’emergenza abitativa, fino ai giovani costretti a lasciare la nostra terra.
Colpisce l’assenza dei Giovani Democratici, nonostante l’impegno dimostrato durante l’estate con la campagna “Dove nasci conta”, così come la mancanza di uno spazio dedicato alle Democratiche e all’agenda femminista lanciata durante la Festa dell’Unità nazionale, proprio mentre rischiano di restringersi ulteriormente gli spazi di rappresentanza delle donne.
Non è una questione di correnti o di posti da occupare, ma di idea di partito. Non si può invocare la partecipazione dei cittadini e negarla alle proprie iscritte e ai propri iscritti. Non si può parlare di un partito aperto alla società e poi gestirlo come uno spazio riservato a pochi.
Penso a quel popolo che si è mobilitato e ha vinto il referendum sulla Costituzione, ma che per larga parte non si riconosce in questo PD. Donne e uomini che chiedono rappresentanza, partecipazione e risposte concrete, non un partito ripiegato sulle proprie dinamiche interne.
Per senso di responsabilità, durante lo scorso congresso abbiamo accettato una scelta difficile, sul piano umano e politico: costruire un percorso unitario, affidando la guida del PD a chi negli anni precedenti era stato minoranza. Non perché rinnegassimo le nostre posizioni o il lavoro svolto, ma per favorire una pacificazione e consentire al partito di guardare avanti.
Per questo non condivido le affermazioni di chi rivendica di aver restituito, nel corso di quest’anno, dignità al PD provinciale. Il nostro partito non ha mai perso la propria dignità. Quella dignità appartiene alle donne e agli uomini che ogni giorno si impegnano nei circoli e nei territori, non a chi temporaneamente ne assume la guida.
Non si può chiedere a chi ha teso una mano per costruire un percorso unitario di accettare una narrazione che cancella il lavoro degli anni precedenti. Quel gesto di responsabilità era rivolto al futuro, non a rinnegare il passato o, peggio, a riscriverlo.
Le difficoltà che attraversa il PD in diversi territori, compreso lo stesso circolo di Marsala, nonostante la vittoria elettorale, dovrebbero indurci a una riflessione seria sulla nostra capacità di essere un riferimento politico credibile per le comunità.
È in questo contesto che, nelle ultime settimane, ho iniziato a interrogarmi seriamente sulla possibilità di rassegnare le dimissioni da Presidente dell’Assemblea provinciale. Non è una decisione che assumerei a cuor leggero, perché conosco il valore della responsabilità che mi è stata affidata. Ma non posso ignorare la contraddizione di presiedere un organismo collegiale sistematicamente svuotato del proprio ruolo, mentre mi si chiede di rappresentare pubblicamente decisioni alle quali non ho partecipato.
La responsabilità di tenere unito un partito non può trasformarsi nell’obbligo di legittimare un metodo che ne mortifica la vita democratica.
Voglio un PD che appartenga alle iscritte e agli iscritti, non a chi temporaneamente lo rappresenta nelle sedi istituzionali. Un partito nel quale si possa discutere, dissentire e decidere insieme, capace di riconquistare la fiducia delle persone attraverso le battaglie che conduce e le risposte che riesce a dare.
Perché ai cittadini e alle cittadine interessa sapere se il Partito Democratico sia ancora capace di occuparsi della loro vita, non chi abbia il controllo delle sue dinamiche interne.
L’unità non si proclama, non si esibisce e non si scrive sul manifesto di una Festa. L’unità si pratica, dentro il partito e soprattutto nel rapporto con la società.
Valentina Villabuona
Presidente dell’Assemblea provinciale del PD di Trapani















