Questa intervista immaginaria ripercorre in forma essenziale il cammino umano e civile di Salvatore Giubilato: docente, poeta, amministratore. In lui scuola, scrittura e impegno pubblico coincidono in un’unica responsabilità: educare, dire la verità, costruire fraternità.
D: Sei stato docente di lettere italiane e latine al liceo classico, poeta, romanziere, Deputato all’Assemblea Regionale Siciliana, tre volte Sindaco di Mazara del Vallo. Se dovessi scegliere una sola definizione, quale resterebbe?
R.: Resterei docente. Tutto il resto – la politica, i libri, le cariche – sono stati strumenti. La scuola, invece, era il luogo dell’alba. Ogni studente è un’aurora possibile. Ho insegnato latino e italiano come si insegna a respirare: con disciplina e con stupore.
D: La tua militanza politica, nelle fila del PCI, ti ha portato per due legislature al Parlamento siciliano e per tre volte alla guida della città. Che rapporto c’era tra poesia e impegno?
R: La poesia è coscienza vigile. La politica, quando è onesta, è poesia tradotta in azione. Ho sempre pensato che la dignità non sia un verso, ma un comportamento. E che l’ideologia, se non è nutrita di cultura e umanità, diventa sterile.
D: Hai presieduto il “Centro per la cooperazione fra i popoli del Mediterraneo”, collaborato alla rivista Impegno 80 e, insieme a Rolando Certa, promosso a Mazara del Vallo tra il 1979 e il 1986, gli “Incontri fra i popoli del Mediterraneo”. Perché questa costante attenzione al Mediterraneo?
R: Perché è la nostra culla inquieta. Mazara non è un luogo qualsiasi: è normanna, provenzale, catalana, castigliana, araba, su fondo grecolatino. È un porto di lingue e di volti. Il Mediterraneo è conflitto e abbraccio. Io ho cercato l’abbraccio.
D: All’inizio ti sei orientato verso il cinema: “Cinema e realtà” (Edizioni di studi marxisti, Roma, 1952), e “Realtà siciliana e cinema d’oggi” (Sicilia nuova, Trapani, 1956). Come mai poi sei andato altrove?
R: Il cinema è stato il mio primo strumento per leggere la realtà. Poi ho capito che la parola mi apparteneva di più: più libera, più immediata. Non ho abbandonato il cinema; ne ho conservato lo sguardo, portandolo nella poesia e nella narrativa.
D: La tua scrittura nasce in dialetto, poi approda alle liriche italiane di A tu per tu con la mia coscienza (Edizione Impegno 80). Cosa cercavi in quel dialogo interiore?
R: Cercavo verità. In A tu per tu con la mia coscienza non c’è finzione: c’è un uomo che si guarda allo specchio della parola. Dal 1959 agli anni Ottanta ho scritto come chi scava. Ogni verso era una vena aperta, ma dolce. La poesia deve ferire senza gridare.
D: Eppure sei tornato al dialetto con Canti della mia terra (Edizioni Il Vertice, Palermo). Perché questa scelta?
R.: Perché il dialetto non è nostalgia, è identità. È resistenza al genocidio linguistico. Non difendo il mazarese per conservatorismo, ma per necessità: alcune emozioni non si lasciano tradurre. Ho usato traduzioni letterali a piè di pagina, un sistema fonetico rigoroso, segni grafici precisi. Non per vezzo filologico, ma per rispetto. Chi legge deve leggere Mazara, non italianizzarla.
D: Sei stato allievo di Giuseppe Cocchiara. Quanto ha influito la lezione dell’antropologia nella tua opera?
R: Molto. Cocchiara mi insegnò che il popolo non è folklore da cartolina, ma coscienza storica. Nei canti popolari c’è una drammaticità che esplode in ogni angolo della Sicilia. Io ho cercato quella verità, senza idealizzarla.
D: Nei tuoi romanzi, Il fiume non scorre più e Il dissenso, la tensione civile è evidente. Ti sei mai sentito più scrittore o più uomo politico?
R: Mi sono sentito responsabile. Il dissenso è salute democratica. Quando un fiume non scorre più, la società ristagna. Io ho cercato di smuovere le acque, con la parola e con l’azione.
D: Citi spesso la metrica: sestina, canzone leopardiana. Perché non l’ottava siciliana?
R: Perché ogni contenuto chiede la sua forma. Non ho voluto imitare Giovanni Meli, pur ammirandolo. La mia misura era diversa. Non cercavo purezze liriche estreme, ma un ritmo che mi fosse congeniale. La poesia è anche artigianato.
D: Cosa vorresti dire oggi a chi ti legge?
R: Direi di non smettere di cercare l’alba. Se un verso riesce a farvi sentire un poco più umani, allora è valsa la pena scriverlo. La dolcezza non è debolezza: è forza che non urla.
D: Fra i giudizi della critica quello assai significativo di Solange de Bressieux: “champion de la fraternité”, per gli ideali di giustizia, di fratellanza e di pace così presenti nei tuoi componimenti poetici.
R: Quel giudizio mi onora. Essere chiamato “campione della fraternità” significa aver creduto che la parola possa unire, non dividere. Nei miei versi tornano giustizia, pace, fratellanza: bisogni primari, non slogan. Se qualcuno vi ha riconosciuto fraternità, allora la poesia ha fatto il suo dovere: ricordarci che siamo prima di tutto esseri umani.
D: Consentimi, per finire, una parentesi personale: nel 1986 presentasti una mia mostra al Centro Polivalente di Cultura di Mazara del Vallo, parlando di disumanizzazione, del potere e del suo fascino su molti, oltre che di una pace minacciata. Che cosa coglievi in quelle opere?
R: Vedevo il nostro tempo. Ma vedevo anche la possibilità del “Volo”. L’arte deve denunciare, sì, ma anche indicare una primavera possibile. “Il luogo dell’alba” è la metafora che riassume una vita: la scuola come inizio, la parola come guida, l’impegno come coerenza. In questa voce ritroviamo l’idea che cultura e giustizia non siano separate e che la poesia possa ancora farsi gesto civile.
Resta un messaggio sobrio ma fermo: educare, scrivere, amministrare sono modi diversi di servire la stessa luce.
Giacomo Cuttone
La foto: Incontro con i Popoli del Mediterraneo – Anno II, Nicolò Vella Sindaco, on. Salvatore Giubilato, Rolando Certa da Mazara forever
















