Diciamocelo chiaramente: le parole di Antonio Tajani sulla donna da sposare fanno cadere le braccia. Non tanto perché un uomo possa avere idee discutibili sulle relazioni, ma perché a pronunciarle non è uno qualunque, bensì è il vicepremier e ministro degli Esteri della nostra Repubblica.
Secondo Tajani, parlando della scelta della moglie per un figlio, sarebbe meglio una donna che indossi una gonna lunga (indumento distintivo di serietà secondo lui) meno appariscente, più stabile, una “buona madre di famiglia”. Una rappresentazione nella quale la bellezza sembra diventare una colpa, un possibile fattore di infedeltà e la donna rassicurante coincide ancora una volta con quella più discreta, materna e familiare.
Siamo nel 2026, ma sembra, a quanto pare, di essere tornati indietro di un secolo.
Qualcuno dovrebbe ricordare al signor MInistro che nel frattempo le donne hanno conquistato il diritto di voto, l’indipendenza economica, l’accesso alle professioni, la libertà di scegliere della propria vita. E che quella figura dell’“angelo del focolare”, moglie e madre prima ancora che persona, appartiene a un modello sociale che le donne hanno combattuto per decenni.
Una donna non è più seria perché porta una gonna lunga. Non è poco seria perché è bella e piacente. Ma soprattutto non sono i centimetri della gonna a stabilire se una persona sarà fedele o meno.
Tajani può certamente avere le proprie opinioni. Ma quando quelle opinioni vengono espresse da un ministro della Repubblica, è altrettanto legittimo ricordargli che il mondo, per fortuna, è cambiato, che le donne del 2026 non hanno nessuna intenzione di tornare a essere quelle che qualcuno vorrebbe ancora vedere dentro casa, con una gonna lunga e il ruolo già assegnato.















